Fra il 30 e il 31 luglio 2026, decine di migliaia di persone hanno attraversato via terra e via mare la frontiera fra il Marocco e Ceuta. Le stime diffuse dalle autorità spagnole oscillano fra cinquantamila e sessantamila ingressi. Almeno 67 persone sono morte, annegate o schiacciate durante il passaggio; più di 48.000 sono rientrate in Marocco nel giro di due giorni. Sono numeri ancora provvisori, sufficienti a dare la misura dell’evento.
Mentre scorrevano le immagini, mi sono arrivate alcune letture prodotte da voci nere italiane di ascendenza africana e da ambienti intersezionali. Con accenti diversi, descrivevano quelle persone come una massa utilizzata dalle destre internazionali di area trumpiana per colpire Pedro Sánchez e, attraverso il governo spagnolo, il progressismo europeo. Questa interpretazione mi ha sorpreso per la provenienza. Una cultura politica nata anche per restituire soggettività ai gruppi razzializzati sembrava sospenderla proprio nel momento in cui le vite concrete complicavano la geografia dei campi politici.
Il corpus da cui parto è ancora piccolo. Le considerazioni che seguono riguardano quei testi e la struttura del ragionamento che propongono. La loro estensione a un ambiente politico e culturale più vasto richiederebbe altre fonti.
Dall’uso politico alla spiegazione dell’evento
La crisi è stata incorporata con grande rapidità nel discorso delle destre. Donald Trump ha parlato della Spagna come di una catastrofe migratoria e ha trasferito l’episodio nella campagna contro i democratici statunitensi. Il governo Meloni ha reintrodotto controlli selettivi per chi arrivava dalla Spagna, quando i migranti si trovavano ancora a Ceuta o erano già rientrati in Marocco. Vox disponeva da tempo di un lessico fondato sull’«effetto chiamata», sul fallimento delle politiche di Sánchez e sulla necessità di blindare la frontiera. L’uso politico è documentato; ha prodotto misure istituzionali, conflitto dentro l’Unione europea e un ulteriore irrigidimento del linguaggio pubblico.
La difficoltà nasce dallo slittamento fra questo uso e l’origine degli attraversamenti. Una risorsa politica trovata dalle destre diventa la prova di una strategia precedente, organizzata dalle stesse destre. L’evento viene così osservato attraverso gli effetti che ha prodotto nel campo europeo.
Le ricostruzioni disponibili indicano un’altra sequenza. L’8 luglio il Tribunale supremo spagnolo ha confermato l’illegittimità dei respingimenti immediati delle persone intercettate in mare in assenza di una frontiera fisica. La sentenza impone una procedura individuale e consente il rimpatrio attraverso le vie ordinarie. Sui social e nei gruppi di messaggistica quella decisione è stata trasformata nella promessa di una frontiera aperta e di una permanenza automatica. Reuters ha raccolto testimonianze di giovani partiti dopo avere visto video di attraversamenti riusciti. Il governo spagnolo attribuisce un ruolo centrale alle reti di trafficanti. Alcuni analisti avanzano dubbi sull’atteggiamento iniziale delle autorità marocchine, ricordando l’uso diplomatico della cooperazione migratoria da parte di Rabat nel 2021. Le prove pubbliche disponibili lasciano aperta questa responsabilità.
La presenza di una regia internazionale richiederebbe finanziamenti, comunicazioni con gli organizzatori, account coordinati o interventi anteriori alla mobilitazione. Questi riscontri, al momento, non sono emersi. Anche l’analisi delle affermazioni infondate pubblicata dall’Associated Press distingue l’appropriazione politica dalle ipotesi prive di prova sulla produzione dell’evento.
Esiste inoltre una storia precedente. Nel settembre 2024 circa tremila persone, in gran parte giovani marocchini, avevano risposto ad appelli diffusi sui social per tentare un ingresso collettivo a Ceuta. Le autorità marocchine arrestarono 152 persone accusate di incitamento alla migrazione irregolare. Quel precedente documentato da Reuters appartiene a un repertorio digitale e migratorio già formato. A Fnideq, la chiusura del commercio transfrontaliero aveva intanto sottratto reddito a un’economia dipendente da Ceuta e alimentato proteste fin dal 2021. La crisi attuale incontra dunque una disponibilità al movimento costruita nel tempo.
Origine, organizzazione, soggettività e utilizzazione politica appartengono allo stesso episodio e chiedono prove differenti. La loro fusione concentra tutta la capacità d’azione nei soggetti ritenuti capaci di manovrare la massa.
Uno sguardo europeo sull’Africa
Le voci nere italiane che ho letto osservano Ceuta dal campo razziale e politico europeo. La diffusione del discorso dell’invasione riguarda direttamente la vita delle persone nere in Italia, le gerarchie della cittadinanza e la legittimità della loro presenza. Il timore per le conseguenze dell’offensiva delle destre possiede quindi un fondamento concreto.
Ogni posizione seleziona però una scala. In questa, Trump, Meloni, Vox e Sánchez diventano i protagonisti. I giovani marocchini acquistano visibilità attraverso la funzione che il loro movimento assume nello scontro europeo. Le ragioni maturate a Fès, Casablanca, Tangeri o Fnideq restano sul margine, insieme al rapporto con il regime marocchino, alle differenze di classe, alla disoccupazione giovanile, alle aspettative familiari e al desiderio di mobilità.
L’ascendenza africana può produrre un sentimento di prossimità e una solidarietà fondata sull’esperienza diasporica. Quella conoscenza riguarda in modo diretto il razzismo italiano e la condizione delle persone nere in Europa. Lo scarto nasce quando la prossimità genealogica viene assunta come autorità interpretativa sul continente. Il Marocco contemporaneo introduce coordinate ulteriori: una monarchia dotata di forte potere, un modello di sviluppo che combina grandi infrastrutture e diseguaglianze, fratture territoriali, forme locali di razzializzazione e una storia specifica dei rapporti con le enclave spagnole. L’Africa come appartenenza politica rischia di comprimere la pluralità delle società africane.
Anche l’intersezionalità può restringere il proprio campo. Nei testi che hanno originato queste note, la razza e l’allineamento geopolitico acquistano una capacità esplicativa dominante. Classe, età, genere, cittadinanza marocchina, territorio e rapporto con lo Stato perdono consistenza. La posizione assunta dipende allora dal vantaggio che l’evento offre al proprio campo o ai suoi avversari. È una forma di campismo progressista.
Chiamerei paternalismo protettivo l’esito di questo processo. La difesa dei migranti dal racconto razzista dell’invasione assegna altrove l’intelligenza dell’azione. Ai giovani restano il corpo, il rischio e la sofferenza; governi, destre e reti possiedono intenzioni, strategie e capacità politica. La massa viene protetta sul piano simbolico e perde spessore storico.
Il paradosso riguarda il rapporto fra principi e pratica conoscitiva. L’attenzione dichiarata alla voce dei soggetti subalterni richiede di accogliere anche aspirazioni che sfuggono alle categorie politiche disponibili, compreso il desiderio di lasciare il proprio paese e cercare una possibilità dentro l’Europa. Quel desiderio può convivere con un’informazione falsa, con la pressione del gruppo e con l’azione di poteri interessati.
Il Marocco dentro la crisi
Una prima lettura maghrebina mi è arrivata attraverso Louisa Yousfi, autrice di Rester barbare, che ha condiviso un testo della giornalista algerina Ghania Mouffok. Mouffok elenca aspirazioni elementari e decisive: un lavoro, una casa, la possibilità di sposarsi e avere figli, la libertà di crescere e agire nella terra dei propri antenati. Il disprezzo sociale accumulato può rendere folle una persona che rifiuta di sentirsi sepolta viva.
Nel suo testo compaiono i calcoli dei potenti e le ambizioni criminali. La manipolazione trova materia in una sofferenza già esistente. Mouffok ne ricostruisce la genealogia attraverso i programmi di aggiustamento strutturale, la liberalizzazione e l’indebolimento degli Stati nati dalle indipendenze. Il richiamo finale ai dannati della terra introduce una coscienza anticoloniale e rivoluzionaria che le testimonianze dei partecipanti ancora non dimostrano. La sua pagina restituisce condizioni sociali e capacità di ribellione; al tempo stesso invita a sorvegliare la trasformazione dei migranti in un popolo resistente costruito dall’esterno.
Il post di Mohamed Lotfi, giornalista e autore marocchino-québécois, entra nella crisi attraverso un proverbio: «Personne ne fuit une maison de mariage», nessuno fugge da una casa in festa. Lotfi interpreta la partenza come una rottura della fiducia nel paese. I giovani continuano ad amare il Marocco e collocano altrove la possibilità del proprio futuro.
Ceuta rende questa frattura particolarmente visibile. Nel racconto nazionale marocchino l’enclave è una terra da recuperare alla sovranità del paese. Il 30 luglio migliaia di giovani vi sono entrati per uscire dal Marocco. La coincidenza con la Festa del Trono accresce la forza dell’immagine: mentre Mohammed VI ricordava ventisette anni di regno e le ambizioni economiche verso il 2030, una parte della gioventù formulava un bilancio attraverso il proprio movimento.
Lotfi riconosce i risultati delle infrastrutture, dell’industria e degli investimenti. La sua critica riguarda la distribuzione dei benefici e la fiducia nel modello di sviluppo. I dati del Haut-Commissariat au Plan danno consistenza a questa lettura: nel 2025 la disoccupazione era al 13 per cento e raggiungeva il 37,2 per cento fra i 15 e i 24 anni. Un rapporto pubblicato nell’aprile 2026 stimava inoltre 2,9 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni fuori dal lavoro, dall’istruzione e dalla formazione, circa uno su tre. Le differenze di genere, istruzione e territorio contenute nello stesso rapporto impediscono di immaginare una gioventù uniforme.
Mouffok e Lotfi sono fonti situate. Documentano il modo in cui due intellettuali maghrebini leggono la crisi, mentre l’estensione delle loro interpretazioni ai partecipanti attende altre testimonianze. Il loro valore consiste anche nello spostamento di prospettiva: Ceuta parla del futuro politico dell’Europa e della tenuta del patto sociale marocchino.
La soggettività dentro i condizionamenti
Per soggettività intendo la capacità di desiderare, valutare una possibilità, assumere un rischio, cambiare idea e agire dentro condizioni ricevute. Questa capacità convive con l’inganno, le reti sociali, l’imitazione dei coetanei, la pressione economica e l’organizzazione collettiva.
Le testimonianze raccolte da Reuters mostrano questa compresenza. Ayoub El Abyad, sedici anni, ha visto su Instagram i video degli attraversamenti e si è messo in viaggio con un cugino, affidandosi a passaggi per coprire dodici ore di strada. Dounia Kherradi, cameriera e madre, ha spiegato che il salario non le permetteva di sostenere i genitori e la figlia. Brahim ha lasciato per qualche giorno il lavoro in un forno di Fès dopo avere guardato migliaia di persone attraversare. A Ceuta ha trovato negozi chiusi, prezzi inaccessibili e nessuna via verso la penisola; dopo tre giorni quasi senza cibo ha scelto di tornare. Altri hanno deciso di restare anche nella fame. Le testimonianze raccolte al rientro descrivono decisioni differenti dentro la stessa mobilitazione.
Il ritorno di decine di migliaia di persone non cancella la scelta iniziale. Mostra che l’arrivo ha modificato le informazioni disponibili e ha prodotto una nuova valutazione. Anche l’errore appartiene alla soggettività. Una persona può credere a un messaggio falso perché quel messaggio incontra un desiderio, una frustrazione e un’immagine del futuro già formati.
La nozione di massa copre una realtà collettiva. Migliaia di persone si sono concentrate negli stessi luoghi, hanno condiviso itinerari e confidato nella forza del numero. Dentro quel movimento esistono biografie, motivazioni e soglie di rischio diverse. Organizzazione e capacità d’azione operano nello stesso campo.
Una lettura antirazzista adeguata può descrivere l’utilizzazione politica della crisi e ricostruire le condizioni che hanno reso credibile una promessa tanto fragile. Può riconoscere l’azione dei trafficanti, l’eventuale calcolo degli Stati e la libertà concreta di chi è partito. La cautela sulle responsabilità e l’ascolto delle testimonianze acquistano così un significato politico.
Ceuta racconta anche il modo in cui guardiamo le persone di cui diciamo di voler difendere la dignità. La loro soggettività comprende bisogni ordinari, aspirazioni di mobilità sociale, scelte avventate, ripensamenti e desideri che attraversano le frontiere. Restituirle consistenza significa lasciare che siano le loro parole a modificare le nostre categorie.
Nota aperta sulle fonti
La data della sentenza, le dichiarazioni dei governi, l’uso politico della crisi e i dati sociali marocchini hanno un grado di certezza alto. Le cifre degli ingressi, dei rientri e delle vittime dipendono ancora dalle autorità e restano provvisorie. Le ricostruzioni sulla circolazione delle notizie false e sul coordinamento digitale sono convergenti; il peso specifico dei trafficanti richiede ulteriori indagini. L’atteggiamento iniziale di Rabat e qualsiasi regia politica anteriore agli attraversamenti rimangono ipotesi. La lettura del paternalismo protettivo, del campismo e della cancellazione della soggettività appartiene al piano interpretativo e dovrà misurarsi con un corpus più ampio di testi e testimonianze.
Secondo atto · 5 agosto 2026
Violenze
Loma Colmenar
Il 31 luglio, il giorno successivo all’attraversamento collettivo della frontiera, El Pueblo de Ceuta ha pubblicato la presa di posizione dell’Associazione dei residenti di Loma Colmenar, una barriada vicina al confine. Il suo presidente, Rafael García, ha dichiarato di avere assistito ad aggressioni e inseguimenti contro minori migranti durante una manifestazione. Ha chiesto alle forze dell’ordine di identificare i responsabili attraverso i video disponibili e ha condensato la propria posizione in una frase: «Essere spagnoli non significa colpire i migranti». La condanna riguarda persone precise e fatti che, secondo García, possiedono testimoni e immagini. La verifica giudiziaria resta necessaria.
Nella stessa dichiarazione García parla delle condizioni del quartiere. Persone arrivate da pochi giorni dormono nel bosco e negli spazi aperti; i rifiuti si accumulano; in estate cresce il rischio di incendi. L’associazione chiede un alloggio dignitoso per i minori e un piano straordinario di pulizia nelle zone prossime alla frontiera. La richiesta di protezione e quella di servizi pubblici provengono dalla medesima voce. L’emergenza umanitaria e il carico materiale imposto a un quartiere popolare appaiono nella stessa pagina, senza che l’uno cancelli l’altro.
Il caso di Loma Colmenar offre una base concreta al secondo atto del dossier. Le violenze emerse dopo il 30 luglio hanno autori, vittime e livelli di accertamento differenti. Alcune sono documentate da immagini o osservazioni dirette; altre sono denunciate da associazioni e attendono un’inchiesta; altre ancora riguardano l’azione delle istituzioni e la legalità dei ritorni.
La posizione di García esprime un punto di vista civico consapevole, maturo e situato. Assume gli interessi del quartiere senza cedere al razzismo e alle semplificazioni. Chiede riconoscimento pubblico dell’insicurezza dei cittadini, servizi e presenza delle istituzioni, senza cercare capri espiatori tra i migranti o nel quartiere popolare.
Corpi, cifre, responsabilità
Al 5 agosto la Spagna stima che circa 72.000 persone siano entrate a Ceuta e che 70.000 siano già rientrate in Marocco. Circa 2.000 resterebbero nell’enclave: tra loro figurano almeno 862 minori registrati come non accompagnati, mentre l’Unicef teme che altri bambini si trovino ancora per strada senza protezione. Questi valori, riportati daReuters e dalGuardian, aggiornano il quadro disponibile e restano distinti dalle cifre provvisorie del primo atto.
Anche il bilancio dei morti rimane mobile. Il 4 agosto Reuters riferiva circa 75 vittime durante l’attraversamento, molte annegate e altre schiacciate nella calca. Il giorno seguente il Guardian riportava almeno 88 morti a Ceuta secondo le autorità locali e altri 11 sul lato marocchino, con decine di dispersi. Le fonti contano corpi recuperati in luoghi e momenti diversi; il totale complessivo resta aperto. Le famiglie riunite a Fnideq mostrano fotografie sui telefoni e attendono notizie; la polizia spagnola ha aperto a Ceuta un ufficio per le denunce di scomparsa.
Sul lato marocchino Reuters ha osservato agenti in tenuta antisommossa usare lacrimogeni; la stessa cronaca registra manganelli e cannoni ad acqua impiegati per respingere la folla. Dopo gli scontri, un autobus e sette automobili risultavano bruciati. Questi fatti descrivono una frontiera attraversata anche da azioni violente di alcuni partecipanti, dalla repressione delle forze di sicurezza e dal panico collettivo. Le morti per annegamento e schiacciamento appartengono alla materialità di quella giornata prima di qualsiasi attribuzione politica.
Il governo spagnolo ha definito volontaria la maggioranza dei ritorni.Human Rights Watch riferisce una denuncia diversa dell’Associazione marocchina per i diritti umani, l’AMDH, fondata su colloqui con persone rientrate: le forze spagnole avrebbero effettuato respingimenti collettivi senza valutazioni individuali. La stessa associazione ha denunciato un uso non necessario della forza da parte degli apparati spagnoli e marocchini e aggressioni compiute da residenti di Ceuta. Human Rights Watch presenta questi elementi come accuse da indagare e chiede inchieste indipendenti, assistenza umanitaria e accesso effettivo alle procedure d’asilo.
Un secondo comunicato dell’AMDH, ripreso da Morocco World News, domanda accertamenti sulle aggressioni fisiche mostrate da video circolati sui social e da servizi di stampa, compresi presunti attacchi con armi da taglio. La provenienza delle immagini, la datazione e l’identificazione degli autori non sono state ancora ricostruite pubblicamente in modo completo. La denuncia è documentata; i singoli episodi restano da verificare. Le parole di García aggiungono una testimonianza locale specifica sulle aggressioni ai minori e una richiesta esplicita di intervento della polizia.
La frontiera coloniale
Ceuta è una città autonoma spagnola sulla costa africana, separata dalla penisola iberica e circondata dal territorio marocchino. Insieme a Melilla forma uno dei due confini terrestri dell’Unione europea con l’Africa. La Spagna la considera parte integrante del proprio territorio; il Marocco ne contesta la sovranità e la indica come Sebta occupata. La qualifica giuridica è oggetto di conflitto politico, mentre la storia dell’espansione iberica nel Maghreb, la discontinuità geografica e la funzione contemporanea di frontiera europea sono dati materiali. Le violenze del 2026 si producono dentro questa stratificazione coloniale.
La fortificazione possiede una genealogia recente di morti e uso della forza. Human Rights Watch ricorda almeno quindici persone morte nelle acque di Ceuta nel 2014, quando la Guardia Civil sparò proiettili di gomma e lacrimogeni verso chi tentava di raggiungere il territorio spagnolo a nuoto. Nel giugno 2022 almeno ventitré uomini africani morirono alla frontiera tra Melilla e il Marocco durante interventi antisommossa su entrambi i lati. Il luglio 2026 appartiene a una sequenza più lunga di frontiere rese letali dalla combinazione di barriere, folla, mare e apparati armati.
Finché questo retaggio rimarrà irrisolto, le enclave continueranno a funzionare come arma politica e terreno di confronto fra le parti.
Torre Pacheco: il delitto e la caccia
Un anno prima, nel luglio 2025, l’aggressione a un uomo di sessantotto anni aveva aperto quattro notti di violenza a Torre Pacheco, nella regione di Murcia. Tre cittadini marocchini furono arrestati per l’aggressione iniziale; il governo centrale precisò che nessuno dei sospettati viveva nel comune. La responsabilità penale individuale venne rapidamente trasformata sui social in una convocazione collettiva contro i residenti nordafricani. Canali di messaggistica invitarono a una «caccia» e alla distruzione delle abitazioni. Reuters verificò decine di messaggi; Telegram chiuse un canale per incitamento alla violenza; la procura spagnola per i crimini d’odio avviò un’indagine.
I disordini portarono ad almeno quattordici arresti. Gruppi di estrema destra arrivati da fuori si scontrarono con giovani del quartiere San Antonio e con la polizia. Le immagini di Reuters mostrano manifestanti mascherati lanciare fuochi d’artificio e agenti rispondere con proiettili di gomma. La sequenza conserva responsabilità diverse: l’aggressione iniziale, l’organizzazione della rappresaglia razzista, le violenze di strada e la risposta degli apparati.
Torre Pacheco conta circa quarantamila abitanti; quasi un terzo è di origine straniera e il comune riunisce novantasette nazionalità. Molti migranti lavorano nell’agricoltura intensiva che sostiene l’economia locale. Abdelali, residente da venticinque anni e portavoce informale della comunità marocchina, chiese ai giovani di restare a casa e rivendicò pace, giustizia contro chi commette reati e rifiuto dei gruppi esterni. José Antonio Artero, residente spagnolo, descrisse a Cadena SER una convivenza quotidiana deformata da chi aveva usato un’aggressione reale per produrre caos. Nelle stesse ore il sindaco domandava più presenza delle forze dell’ordine per restituire sicurezza ai residenti.
Il precedente di El Ejido colloca questi eventi in una storia economica più lunga. Nel febbraio 2000, dopo l’uccisione di una donna spagnola attribuita a un immigrato affetto da disturbi mentali, due giorni e due notti di violenze colpirono abitazioni, negozi e luoghi di culto dei migranti. Il distretto agricolo era diventato uno dei più ricchi della Spagna grazie alle serre e a una grande disponibilità di lavoro nordafricano a basso costo. Eurofound documentò lavoro irregolare, salari bassi e segregazione abitativa nelle aziende e nelle baracche fuori dall’abitato. I lavoratori migranti risposero con uno sciopero generale per alloggi, risarcimenti, regolarizzazione e applicazione del contratto agricolo.
Un rapporto CIDOB pubblicato nel marzo 2026 mostra la persistenza di condizioni strutturali nella provincia di Almería: contratti temporanei usati per lavori permanenti, salari inferiori al contratto collettivo, ore dichiarate minori di quelle effettive, straordinari non pagati, ostacoli alla sindacalizzazione, turni estenuanti con temperature estreme e alloggi gravemente inadeguati. Il documento attribuisce questa stabilità all’interazione fra imprese, vulnerabilità amministrativa dei lavoratori, debolezza dei controlli e assenza pubblica sul terreno abitativo. La violenza razzista incontra così una divisione del lavoro già organizzata per nazionalità, status giuridico e accesso alla città.
Lampedusa: il peso distribuito male
Lampedusa offre un termine di confronto diverso. Nel settembre 2023 circa undicimila persone arrivarono in quattro giorni, quasi il doppio degli abitanti dell’isola. In un servizio di Al Jazeera, il pescatore Pietro Riso raccontò di soccorrere persone in mare e, talvolta, di trovare corpi nelle reti. Il vigile del fuoco Antonio Di Malta incontrò un gruppo di uomini affamati nel proprio terreno; insieme alla madre cucinò due pentole di pasta. Molti residenti aprirono le case e alcuni ristoranti offrirono cibo, mentre crescevano stanchezza e sensazione di abbandono da parte dello Stato centrale.
Una ricerca etnografica pubblicata dal Chr. Michelsen Institute descrive a Lampedusa forme distinte e talvolta antagoniste di abbandono vissute dai migranti e dagli abitanti. Le condizioni e i rischi restano diseguali; la frontiera colloca però nello stesso spazio persone private di diritti e una comunità locale chiamata a sostenere un fenomeno molto più grande delle proprie infrastrutture. Ceuta, Torre Pacheco e Lampedusa sono territori differenti. Nei tre casi il costo della mobilità e della sua gestione si concentra su corpi vulnerabili, lavoratori poco protetti e quartieri o isole lontani dai centri decisionali.
Alcune ipotesi interpretative
Le cronache raccolte distinguono almeno quattro piani: i reati da cui alcune crisi prendono avvio; le aggressioni razziste contro persone scelte per origine reale o presunta; l’uso della forza e le pratiche di respingimento degli Stati; l’abbandono amministrativo che concentra paura, degrado e pressione materiale nei territori di frontiera. Le responsabilità si sovrappongono e conservano pesi diversi.
Uno sguardo di classe ci aiuta a riconoscere più cause e ad assumere posizioni rigorose, sottratte al moralismo e al campismo. A Torre Pacheco ed El Ejido i lavoratori marocchini sostengono un sistema agricolo fondato sulla loro disponibilità e sulla fragilità dei loro diritti. A Loma Colmenar i residenti chiedono sicurezza, pulizia e protezione dei minori nello stesso momento. A Lampedusa la solidarietà quotidiana convive con la fatica di un’isola lasciata a gestire arrivi superiori alla propria popolazione.
- I costi delle migrazioni impattano in modo disuguale sulla società e ricadono principalmente sui cittadini e sui territori più deboli.
- Le migrazioni hanno effetti differenti sulle classi sociali e incidono su risorse già limitate, fondamentali soprattutto per i ceti più esposti.
- La paura possiede una realtà sociale anche quando le rappresentazioni che la orientano risultano false, amplificate o razzializzate. I dati servono a definirne l’oggetto; i servizi pubblici e la politica determinano chi dovrà sostenerne il peso.
Come avrebbe forse detto Sciascia, e come mi ha insegnato a pensare molti anni fa Piero Colaprico, i «fantasmi dei fatti» modificano e creano la realtà quanto i fatti accertati.
Condannare gli inseguimenti dei minori, la caccia all’uomo, i respingimenti collettivi e l’uso sproporzionato della forza richiede nomi, tempi e prove. La stessa precisione va riservata alle condizioni dei quartieri, alla domanda di sicurezza e alla divisione sociale che espone alcuni territori all’impatto più intenso.
La frase di Rafael García nasce da questa consapevolezza: difendere le persone migranti dalle aggressioni dei propri concittadini è doveroso in termini etici e necessario per chiedere alle istituzioni di non abbandonare né i nuovi arrivati né Loma Colmenar. È una voce locale, situata, utile per far crescere di scala l’antirazzismo senza sottrargli nettezza.
Nota sulle fonti del secondo atto
I collegamenti nel testo distinguono osservazioni giornalistiche, dati ufficiali, testimonianze e denunce associative. Le cifre degli ingressi, dei ritorni, delle vittime e dei dispersi restano mobili. Le aggressioni riferite da testimoni o mostrate in immagini richiedono accertamenti giudiziari; le denunce di respingimenti collettivi e uso illegittimo della forza sono riportate come tali. I confronti con Torre Pacheco, El Ejido e Lampedusa offrono una base storica e territoriale all’interpretazione, senza stabilire equivalenze fra episodi diversi.
Terzo atto · 29 agosto 2026
Ceuta, terzo atto
Il dossier si è aperto il 1° agosto con le voci, le ragioni e le scelte delle persone che avevano attraversato il confine fra Marocco e Ceuta. Il secondo atto, pubblicato il 5 agosto, ha ricostruito le violenze, i quartieri coinvolti e il modo diseguale in cui la città sopporta il peso della frontiera. Questo terzo atto non sostituisce i primi due e non ne ripete la cronologia. Parte da ciò che è accaduto fra il 25 e il 27 agosto: un falso documento con l’aspetto di una comunicazione ufficiale ha annunciato il trasferimento imminente di migliaia di migranti in due luoghi precisi; alcuni gruppi WhatsApp hanno trasformato quell’allarme in un appuntamento per una manifestazione; il corteo si è poi diretto contro le persone migranti, i loro ripari e chi portava loro acqua e cibo.
Così, un disagio reale e una paura diffusa sono stati indirizzati contro un intero gruppo. Il falso ha fatto apparire già presa una decisione politica ancora in discussione, ha indicato dove sarebbe avvenuta e quando. In questo modo la violenza ha potuto presentarsi non come un’aggressione, ma come una difesa urgente della città.
Chiamerò questa grammatica pogromistica, con una cautela che non ne diminuisce la gravità. Le fonti disponibili documentano una caccia, aggressioni razziste, il blocco degli aiuti e la distruzione di un insediamento. Non dimostrano ancora una regia unitaria dell’intera sequenza, né permettono di definire neonazisti o anche solo militanti dell’estrema destra tutti i partecipanti alle manifestazioni. La precisione sui livelli di responsabilità protegge la forza dell’interpretazione: consente di nominare ciò che è accaduto senza attribuire alle prove più di quanto possano sostenere.
Un documento che non esiste
Il 25 agosto ha cominciato a circolare nei gruppi WhatsApp e sui social un foglio intitolato «Nota Informativa», impaginato per sembrare una comunicazione della Delegazione del Governo di Ceuta, l’ufficio che rappresenta l’amministrazione statale spagnola nella città autonoma. Il foglio annunciava per venerdì 28 agosto il trasferimento di circa tremila persone migranti: millecinquecento al complesso militare Coronel Fiscer, lungo l’avenida Ejército Español, e altrettante all’antica fabbrica di farina. La Delegazione ha dichiarato che il documento non proveniva dai suoi uffici, lo ha definito falso e ha invitato a non condividere messaggi di origine non verificabile. La ricostruzione di Maldita.es riproduce la nota, rimanda al messaggio ufficiale di smentita e la confronta con il provvedimento governativo; la notizia è stata riportata anche da Ceuta al Día e da El Periódico de Ceuta.
Il falso non inventava i due luoghi. Una bozza del decreto governativo li aveva inclusi fra numerose strutture eventualmente utilizzabili per l’accoglienza. Il Real Decreto 681/2026, pubblicato nel Boletín Oficial del Estado il 26 agosto, menziona infatti la fabbrica di farina e le parti non in uso del Fiscer, ma non ordina il trasferimento annunciato dalla nota né stabilisce quella ripartizione di tremila persone. Il falso trasformava dunque una possibilità in una decisione già presa: isolava due luoghi da un elenco più ampio, attribuiva la scelta all’autorità e fissava una data. Così, cancellava, agli occhi di chi leggeva, la differenza fra ipotesi e ordine.
Nello stesso pomeriggio la protesta convocata attraverso WhatsApp è cominciata proprio davanti al Fiscer e si è diretta verso la Delegazione del Governo. Secondo la successiva ricostruzione di El Periódico de Ceuta, la mobilitazione avrebbe infine riunito quasi duemila persone. Durante la marcia, una nuova «voce» ha collocato il ministro Ángel Víctor Torres nell’Hotel Ulises; alcuni manifestanti hanno dunque tentato di entrare, benché la Delegazione ne avesse smentito la presenza. Il rumor ha ripetuto lo stesso movimento della falsa nota: ha assegnato un corpo a un luogo e ha portato la folla verso quell’indirizzo.
Nelle stesse ore il giornalista Juanjo Cuéllar, il cameraman Manu Montilla e una donna intervistata sono stati circondati. Le immagini trasmesse da laSexta mostrano Cuéllar spinto mentre cerca riparo. La prima aggressione non ha ancora come oggetto il campo dei migranti; colpisce però chi registra, interroga e rende visibile la composizione della piazza.
Una smentita può correggere un’informazione, ma non può sciogliere automaticamente o arrestare la rete sociale che l’informazione ha attivato. Quando la Delegazione è intervenuta, il falso aveva già collegato persone disponibili a mobilitarsi, misurato la loro reazione e indicato un punto di raccolta. La forma del documento aveva compiuto una parte del lavoro politico.
Dalla protesta alla battuta
Il 26 agosto migliaia di persone hanno manifestato davanti alla Delegazione. Le cronache hanno registrato slogan per l’espulsione degli «invasori», aggressioni o tentativi di aggressione contro persone identificate come marocchine e lo spostamento di centinaia di manifestanti verso la spiaggia del Trampolín. La polizia ha impedito il contatto diretto con i migranti; materassi, coperte e altri beni sono stati gettati in mare. El País, RTVE e Cadena SER consentono di seguire questo passaggio.
L’inchiesta più importante è quella di Andrés Illescas per elDiario.es. Il giornale dichiara di avere visionato direttamente gruppi WhatsApp di quartiere nei quali si organizzavano battute per «cacciare» i migranti, tagli ai rifornimenti, boicottaggi e liste di esercizi commerciali da colpire perché vendevano acqua o permettevano di ricaricare i telefoni. L’articolo trascrive anche la formula più estrema comparsa nei gruppi: «llegar hasta la muerte», arrivare fino alla morte.
Il giorno successivo un centinaio di persone ha bloccato temporaneamente i mezzi della Croce Rossa diretti al Trampolín. A quel punto il bersaglio non era più soltanto la decisione del governo: era diventata intollerabile la possibilità stessa che le persone migranti mangiassero, bevessero, ricaricassero un telefono o conservassero un riparo. La rete dei nemici si è allargata ai volontari, ai giornalisti, ai tassisti musulmani e alle attività accusate di solidarietà.
Alcuni manifestanti hanno superato il cordone e sono entrati nel piccolo insediamento improvvisato sulla Playa Benítez. Tende e beni personali sono stati distrutti, oggetti sono finiti in mare, sono stati appiccati incendi. Le persone che vivevano sulla spiaggia sono fuggite. Le immagini di RTVE e le cronache di EFE e Cadena SER documentano la distruzione e l’incendio. La polizia è intervenuta e ha disperso gli aggressori; una parte ha continuato a muoversi per le strade con il volto coperto.
Nella stessa sequenza un gruppo di migranti ha attaccato con pietre un veicolo militare; dodici persone sono state arrestate. EFE ne ha riferito separatamente. La distinzione è necessaria. L’aggressione ai militari ha autori individuabili e responsabilità personali. Non rende responsabile l’insieme delle persone marocchine e non converte l’assalto a tende, viveri e beni di altri individui in una risposta legittima. Il criterio resta identico per tutti: responsabilità determinate, fatti verificati, rifiuto della colpa etnica.
Il terreno era già stato preparato
La falsa nota non è la spiegazione totale della violenza. Un documento non porta da solo una folla nelle strade e non incendia un campo. Funziona quando incontra una rappresentazione già disponibile e un’esperienza sociale che può essere ordinata attraverso di essa.
Gli errori, del resto, non si propagano, né si amplificano, né – in fin dei conti – vivono se non a una condizione: trovare dentro la società in cui si diffondono una cultura favorevole. Questo scriveva Marc Bloch nelle Réflexions d’un historien sur les fausses Nouvelles de guerre. I grandi stati d’animo collettivi hanno il potere di trasformare una cattiva percezione in una leggenda. La “falsa” novella, dunque, definita come uno specchio in cui la coscienza collettiva contempla i suoi propri tratti. […] Credo infatti che ci sia un’altra questione che è, forse, quella della forza delle narrazioni; che, se di forza non ne hanno abbastanza, non arrivano da nessuna parte e a nessuno. Però non basta che abbiano forza, serve anche che risuonino, appunto, con uno stato d’animo della società, dunque che siano quanto meno empatiche, che facciano i conti con le convinzioni, o con i problemi percepiti come tali dai contemporanei.
Luigi Vergallo, Storie inenarrabili? Deindustrializzazione e soggettività storica, Le Penseur, 2025, p. 59. Scheda bibliografica.
Nicoletta Alessio e Federica Toninello hanno visitato Ceuta e Melilla alla fine di aprile nell’ambito di Voices from the Border, un progetto di Melting Pot Europa e Sustainable Communication che costruisce reti transnazionali fra realtà impegnate sulle migrazioni, l’antirazzismo e la giustizia sociale. Nel loro articolo del 3 agosto hanno raccolto testimonianze di persone che avevano attraversato la frontiera e di organizzazioni che ne documentano quotidianamente la violenza.
Le autrici contestano la conversione immediata delle immagini in «assalto all’Europa», «invasione» e «crisi migratoria». Le persone incontrate parlano di giovani marocchini senza prospettive, della chiusura del commercio transfrontaliero, dell’impossibilità di ottenere un visto e di vie regolari rimaste fuori portata. Le organizzazioni locali leggono i movimenti collettivi anche come grandi fughe. Questa interpretazione non annulla differenze, responsabilità o conflitti. Impedisce però di assumere il lessico dell’assedio come una descrizione dei fatti.
Il testo è stato ripubblicato da Global Project; si tratta della stessa fonte, non di una conferma indipendente. Alessio ne ha ricavato una rielaborazione più breve, insistendo sul fallimento di un modello che militarizza la frontiera e delega al Marocco il controllo dei movimenti.
Questi lavori precedono l’assalto e non possono provarne dinamiche e autori. Sono utili per un’altra ragione: mostrano che il falso del 25 agosto è entrato in una cornice pronta. La minaccia aveva già un nome, «invasione», e un soggetto collettivo, «i migranti». La nota ha offerto a quella rappresentazione l’apparenza dell’autorità, due indirizzi e un termine entro cui agire.
Nazisti, manifestanti, residenti
Nel video pubblico condiviso su Facebook, Irene Montero, eurodeputata di Podemos ed ex ministra spagnola per l’Uguaglianza, denuncia l’arrivo a Ceuta di nazisti da diverse parti della Spagna, armati di bastoni e intenzionati a «cacciare» migranti. Accusa inoltre la polizia di permettere loro di agire e legge nell’impunità un messaggio politico: le persone migranti possono essere trattate come non-persone, mentre la presenza nazista viene normalizzata. La presa di posizione è stata ripresa anche da La Razón.
Il video è una testimonianza politica forte e va mostrato. Non può essere trasformato nell’unica prova dell’origine geografica e dell’appartenenza organizzativa degli aggressori. Le fonti pubbliche consentono di documentare gruppi organizzati, persone incappucciate, il repertorio della caccia e la precedente presenza a Ceuta di organizzazioni dell’estrema destra. Non consentono ancora di affermare che una singola formazione neonazista abbia diretto ogni fase, prodotto il falso documento e coordinato tutti gli autori materiali dell’assalto.
La testimonianza del giovane ceutino Ángel complica ulteriormente la scena. In un’intervista ad Antena 3 racconta che aveva partecipato a quella che riteneva una manifestazione pacifica e che, quando la situazione è degenerata per la presenza di estremisti, ha cercato di proteggere la madre. È stato preso a pugni, graffiato e stretto al collo. Sua madre aveva il volto insanguinato e il naso rotto; il padre è stato ricoverato e posto in attesa di un possibile intervento al naso. In seguito la famiglia ha ricevuto minacce e insulti. Ángel dice di riconoscere gli aggressori come concittadini e riassume così la paura della famiglia: «Abbiamo più paura dei manifestanti che degli immigrati».
La presenza di estremisti arrivati dalla penisola e la partecipazione di residenti, dunque, non si escludono vicendevolmente. Il repertorio dell’estrema destra può offrire parole, immagini e pratiche a tensioni locali; una parte degli abitanti può farlo proprio e agire senza ricevere un ordine individuale. Attribuire tutto a un corpo estraneo assolverebbe la città. Definire tutto come esasperazione spontanea cancellerebbe invece l’infrastruttura digitale e politica che ha trasformato la paura in battuta di caccia, boicottaggio e incendio.
La formula più rigorosa, allo stato delle fonti, è questa: si è trattato di un assalto razzista preparato da un’infrastruttura di mobilitazione nella quale opera un repertorio dell’estrema destra. La presenza e l’azione di neonazisti vanno indagate e nominate; la catena organizzativa che li collegherebbe al falso e all’intera sequenza resta da dimostrare.
Le persone dentro le tende
La violenza pogromistica trasforma individui differenti in una categoria punibile. Per questo il racconto dell’assalto deve restituire un nome alle cose distrutte e alle persone costrette a fuggire.
Il 20 agosto, prima dell’incendio, elDiario.es aveva incontrato Keriz, Hassan, Hamza e Ahmed al Trampolín: Keriz, barbiere di ventiquattro anni, mangiava una volta al giorno; Hassan rifiutava l’idea del ritorno; Hamza chiedeva lavoro e cibo; Ahmed non sapeva dove la polizia li stesse portando. Il servizio non descrive vittime passive e intercambiabili; registra progetti, paure e decisioni diverse dentro una stessa precarietà.
Il giorno seguente El País ha raccontato Wafae Atid, ventotto anni, che dormiva vicino al CETI, il Centro statale di soggiorno temporaneo per migranti, e scendeva al Trampolín per ricevere il pasto della Croce Rossa. Viveva in allerta e temeva molestie sessuali. Il blocco dei mezzi di soccorso assume un significato più concreto quando il cibo negato viene ricondotto alla persona che lo attendeva.
Al 28 agosto, nella ricognizione delle fonti pubblicamente accessibili compiuta per questo articolo, non ho trovato testimonianze raccolte dopo l’incendio da parte delle persone fuggite dall’insediamento di Benítez. Le immagini mostrano la loro fuga, non ne restituiscono la voce. Anche questa assenza appartiene al dossier. La grande esposizione delle fonti deve mostrare non soltanto ciò che sappiamo, ma il punto esatto in cui la conoscenza si interrompe.
Aigues-Mortes, senza equivalenze
Il 17 agosto 1893, nelle saline di Aigues-Mortes, una folla aggredì i lavoratori italiani impegnati nella raccolta del sale. I morti accertati furono dieci, i feriti molti di più; il processo terminò senza condanne. Nel mio articolo Il sale nella ferita, pubblicato il 5 giugno 2026 su Pubblico, il magazine digitale della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, ho provato a tenere insieme xenofobia e guerra tra poveri senza ridurre l’una all’altra.
Il conflitto materiale prese allora la lingua della nazione. L’italiano diventò ladro di pane, invasore, crumiro. La paura di essere sostituiti trovò un volto abbastanza vicino da entrare in concorrenza e abbastanza diverso da poter essere espulso dalla comunità immaginata. La formula «guerra tra poveri» conserva una parte della verità, ma nasconde la costruzione del campo: qualcuno stabilisce condizioni, accessi, gerarchie e convenienze; sulla scena resta il penultimo che colpisce l’ultimo.
Ceuta non è Aigues-Mortes. La scala letale è diversa; diversa è la struttura economica; le forze dell’ordine sono intervenute; non conosciamo ancora l’esito delle indagini. Un’analogia troppo rapida consumerebbe entrambe le storie. Il confronto serve quando individua una sequenza, non quando proclama un’identità.
Per evitare equivalenze, conviene mostrare insieme le somiglianze e le differenze:
| Aigues-Mortes, 1893 | Ceuta, agosto 2026 |
|---|---|
| Concorrenza reale nel lavoro stagionale e nel reclutamento | Pressione reale su spazio urbano, accoglienza, servizi e sicurezza |
| Notizie false o amplificate sui lavoratori italiani | Falsa nota istituzionale, video non verificati e voci su trasferimenti e reati |
| Gli italiani diventano responsabili collettivi del conflitto | I migranti diventano «invasori» indistinti e destinatari della punizione |
| Raduno, marcia e caccia all’uomo con bastoni e forconi | Convocazioni digitali, battute di caccia, aggressioni e distruzione del campo |
| Passività, ritardo e fallimento giudiziario; tutti gli accusati vengono assolti | Intervento di polizia, giudicato tardivo o passivo in alcuni episodi; responsabilità ancora da accertare |
| Massacro con morti e feriti italiani | Grave violenza collettiva e distruzione, ma al 28 agosto nessuna morte attribuita all’assalto |
In entrambi i casi una pressione reale viene attribuita a un gruppo nazionale o razziale; notizie false o deformate sembrano confermare la colpa collettiva; il raduno si trasforma in marcia e la marcia in caccia; la violenza colpisce non soltanto i corpi, ma gli strumenti della permanenza e chi prova a proteggere o testimoniare. Ad Aigues-Mortes il razzismo diede alla concorrenza un corpo. A Ceuta la falsa nota ha dato alla paura una carta intestata, due indirizzi e la data del 28 agosto.
La ricerca di Werner Bergmann sul ruolo dei rumor nella nascita e nella diffusione dei pogrom aiuta a precisare il meccanismo. Le voci agiscono in modo diverso su aggressori, spettatori, gruppo minacciato e autorità; motivano, legittimano, allarmano. Il riferimento a uno scritto percepito come ufficiale può aggiungere autorità al rumor e catalizzare la sommossa. Non dimostra che Ceuta sia un pogrom nel senso storico compiuto del termine, ma permette di riconoscere una grammatica pogromistica: colpa collettiva, autorizzazione percepita, spedizione punitiva, distruzione dei mezzi di vita, intimidazione di chi soccorre e racconta.
Una strategia senza un centro visibile
La domanda sulla strategia politica richiede di separare due significati. Se con strategia intendiamo un piano unitario, diretto da un vertice identificabile che abbia prodotto il documento, amministrato i gruppi e ordinato l’assalto, le prove pubbliche non bastano. Se intendiamo una tecnica ripetibile di mobilitazione, la risposta è già più netta.
La catena documentabile procede così:
- pressione sociale reale
- informazione falsa o deformata
- luogo e scadenza
- convocazione digitale
- nemico collettivo
- boicottaggio degli aiuti
- battuta di caccia
- aggressione e distruzione.
È una strategia distribuita. Chi produce un falso, chi lo inoltra, chi amministra un gruppo, chi normalizza la parola «invasione», chi indica un negozio o un campo, chi blocca il cibo e chi appicca il fuoco svolgono funzioni differenti. Possono agire dentro lo stesso processo senza conoscersi tutti e senza ricevere simultaneamente lo stesso ordine. Stabilire i legami personali e organizzativi resta compito dell’inchiesta giornalistica e giudiziaria.
Questa prudenza non obbliga a chiamare la violenza «tensione» o «disordine». Le fonti mostrano persone cercate perché marocchine, cittadini musulmani e giornalisti aggrediti, soccorsi bloccati, un insediamento invaso e incendiato. Mostrano inoltre discussioni precedenti su battute di caccia, rifornimenti e attività solidali. Il coraggio dell’interpretazione consiste nel tenere insieme questi elementi e riconoscere la produzione politica di una punizione razziale.
La violenza non ha colpito soltanto chi dormiva nelle tende. Ha colpito i volontari che portavano il cibo, i commercianti che vendevano acqua, i giornalisti che accendevano una telecamera e i residenti che rifiutavano la caccia. Pretendeva di parlare a nome della città e ha dovuto intimidire una parte della città per farlo.
Per questo la frase di Ángel può chiudere il terzo atto: «Abbiamo più paura dei manifestanti che degli immigrati». Non assolve le istituzioni, non risolve il problema dell’accoglienza e non cancella i conflitti. Spezza però la rappresentazione di una comunità compatta in guerra contro un corpo estraneo. Mostra il punto in cui l’ordine razziale, costruito come difesa dei residenti, comincia a colpire anche i residenti che non gli obbediscono.
Nota sulle fonti e sui livelli di certezza
Questo terzo atto distingue quattro tipi di materiale.
Fonti sui fatti del 25-27 agosto. Il contenuto della falsa nota, la smentita istituzionale e il confronto con il decreto governativo sono ricostruiti da Maldita.es, dal Boletín Oficial del Estado, da Ceuta al Día e da El Periódico de Ceuta. Le manifestazioni, l’aggressione alla stampa e gli spostamenti verso le spiagge sono ricostruiti da laSexta, El País e Cadena SER. L’irruzione, la distruzione e gli incendi sono documentati dalle immagini di RTVE e dalle cronache di EFE.
Fonti sull’organizzazione. L’indagine di elDiario.es riferisce di messaggi visionati direttamente nei gruppi WhatsApp: battute, boicottaggi, taglio dei rifornimenti, liste di attività e minacce. Dimostra un’infrastruttura di mobilitazione; non identifica ancora l’autore della falsa nota né una direzione unica dell’intero assalto.
Testimonianze. Il video di Irene Montero documenta una denuncia politica e la percezione di impunità, non costituisce da solo una verifica dell’appartenenza di ogni aggressore. L’intervista ad Ángel offre un racconto nominativo dell’aggressione subita da una famiglia residente. Le voci di Keriz, Hassan, Hamza e Ahmed e di Wafae Atid precedono l’assalto e restituiscono le persone e le condizioni materiali sulle quali esso è intervenuto.
Fonti interpretative e di contesto. Il lavoro sul campo di Nicoletta Alessio e Federica Toninello permette di leggere la frontiera oltre la cornice dell’invasione. Il sale nella ferita fornisce la lente su Aigues-Mortes; il saggio di Werner Bergmann, il lavoro di Gérard Noiriel richiamato dal Musée national de l’histoire de l’immigration e le fonti storiche raccolte da RetroNews/Bibliothèque nationale de France consentono di definire il confronto senza trasformarlo in equivalenza.
Restano aperte la paternità del falso documento, la catena dei primi inoltri, l’identità degli amministratori dei gruppi, gli eventuali legami organizzativi con formazioni neonaziste e l’esito delle indagini sugli incendi e sulle aggressioni. Dichiarare questi limiti non chiude il ragionamento, ma indica ai lettori dove terminano i fatti accertati e dove cominciano le ipotesi, l’interpretazione e il lavoro ancora da fare.
Nota sulla scrittura
Questo articolo è stato scritto insieme a ChatGPT. Io ho portato il tema, la tesi, i miei lavori precedenti, le fonti e le decisioni interpretative; ChatGPT ha contribuito alla ricerca, all’organizzazione dei materiali, alla costruzione dell’apparato di fonti e collegamenti, al confronto fra i testi e alla prima stesura in bozza. La forma finale è nata da una sequenza di domande, obiezioni, verifiche e riscritture. Non è quindi un testo generato automaticamente, ma il risultato di un dialogo di lavoro; la responsabilità di ciò che viene pubblicato resta mia.