Musei a confronto
- Museo dell’Insurrezione di Varsavia
- Deutsches Historisches Museum e Topographie des Terrors, Berlino
- Musée de l’Armée e Musée de l’Ordre de la Libération, Parigi
- Museo Diffuso della Resistenza, Torino
- Risiera di San Sabba, Trieste
- Memoriale della Shoah e Casa della Memoria, Milano
- Museo Nazionale della Resistenza, Milano, in costruzione
1. Premessa
Dopo la visita al Museo dell’insurrezione di Varsavia condivido alcuni spunti di riflessione sui quali mi piacerebbe aprire un confronto, non solo con le storiche e gli storici pubblici, né soltanto con gli storici in generale, bensì con tutte le persone interessate al rapporto tra memoria, storia e identità nazionale; oltre che, forse soprattutto, all’uso pubblico e, talvolta, fortemente ideologico della storia. Per farlo, proverò a mettere a confronto il Museo di Varsavia con alcuni altri musei che ho visitato in passato e utili al confronto, con uno sguardo rivolto in prospettiva al costituendo Museo Nazionale della Resistenza di Milano.
Per mantenere distinti i livelli del dossier, userò tre piani:
Dato istituzionale: ciò che il museo dichiara sul proprio progetto, sulla propria storia e sulle proprie scelte.
Lettura storiografica: interpretazioni (solo alcune) presenti nella letteratura scientifica.
Inferenza comparativa: conclusioni che emergono mettendo in relazione i casi e che andranno eventualmente sviluppate in seguito.
Due cautele sono importanti. Le osservazioni sul Deutsches Historisches Museum si riferiscono al grande allestimento permanente inaugurato nel 2006 e chiuso nel 2021; lo Zeughaus è oggi in ristrutturazione e il nuovo allestimento permanente è previsto, allo stato attuale, non prima del 2031 (Deutsches Historisches Museum, “Renovations”). Il Museo Nazionale della Resistenza di Milano, invece, è ancora un progetto in costruzione: a oggi è ancora un «cantiere». Ogni osservazione su di esso va quindi formulata come questione aperta (Museo Nazionale della Resistenza, “News”).
2. Nove questioni (e parziali risultati) che mi sembrano emergere dal confronto
2.1 L’emozione è una forma di organizzazione della conoscenza
La contrapposizione semplice fra museo rigoroso e museo emozionale regge poco. La letteratura sull’empatia storica mostra che la comprensione può essere rafforzata dall’engagement emotivo quando questo resta associato a contestualizzazione, distanza e possibilità di interrogazione (Geerte Savenije e Pieter de Bruijn, “Historical empathy in a museum”).
L’emozione (in Storie inenarrabili ho scritto “La poetica”, la forza narrativa, la forza delle storie) può aprire domande, rendere percepibili esperienze difficilmente traducibili in un pannello, restituire scale umane. Può anche chiudere una controversia interpretativa facendo coincidere sentimento, identificazione e spiegazione.
Varsavia è il caso più forte del corpus proprio perché raggiunge livelli molto alti su entrambi i piani: capacità di coinvolgimento e potenza interpretativa. Il punto problematico, semmai, è che raggiunge anche una grande forza ideologica, ciò che forse non è sempre gestito adeguatamente.
2.2 Il ritmo della visita è già una tesi sul passato
Suoni, durata delle sequenze, audioguide, successione degli ambienti e momenti di accelerazione o pausa possiedono una funzione epistemica. Gli studi sul suono nei musei mostrano come le componenti diegetiche possano trasmettere informazione, mentre altre agiscono soprattutto come attivatori affettivi. Il Museo dell’Insurrezione è uno dei casi migliori proprio sotto questo profilo (Steffi de Jong, “Sentimental Education. Sound and Silence at History Museums”).
Analogamente, l’audioguida costruisce un rapporto intimo tra voce e visitatore e può concorrere alla formazione di quella che la letteratura definisce memoria “prostetica”, cioè un ricordo acquisito attraverso l’esperienza mediata del passato (Laura Bertens e Sara Polak, “Using Museum Audio Guides in the Construction of Prosthetic Memory”).
Chi stabilisce quanto a lungo restiamo davanti a una testimonianza, quanto rapidamente attraversiamo una sconfitta, quando arriva il culmine sonoro o visivo, organizza anche la gerarchia del racconto, dunque non compie un’azione neutra.
2.3 Ogni museo possiede un proprio “regime di autorità storica”
Una prima tipologia comparativa potrebbe essere questa:
| Caso | Fonte principale di autorità |
|---|---|
| Varsavia | immersione, identificazione, testimonianza, racconto |
| DHM Berlino | oggetti, cronologia, contestualizzazione nazionale ed europea |
| Topographie des Terrors | documenti, istituzioni dei perpetratori, luogo |
| Invalides | collezione militare, cronologia politico-militare, memoria nazionale |
| Torino | testimonianze, territorio urbano, multimedia |
| Risiera | luogo della violenza, tracce materiali, architettura memoriale |
| Memoriale della Shoah | luogo, materialità, assenza, testimonianza |
| Casa della Memoria | associazioni, memoria civica, architettura e programmazione |
| futuro MNR | grande patrimonio documentario + racconto nazionale plurale, almeno nelle intenzioni |
2.4 Il “luogo autentico” è a sua volta costruito
Topographie des Terrors, Risiera e Memoriale della Shoah sembrano collocarsi all’opposto delle ricostruzioni immersive di Varsavia. In realtà neppure il luogo parla da solo.
Alla Topographie des Terrors gli scavi, le tracce degli edifici della Gestapo e delle SS e persino i resti successivi del Muro sono stati selezionati, conservati e inseriti dentro un percorso documentario deliberatamente sobrio (Topographie des Terrors, “History after 1945”).
La Risiera che oggi vediamo incorpora la grande trasformazione architettonica realizzata da Romano Boico negli anni Settanta, con muri, percorsi e spazi concepiti per produrre un’esperienza memoriale precisa; l’allestimento è stato poi nuovamente ripensato nel 2016. (Risiera di San Sabba)
Il Memoriale della Shoah di Milano dichiara esplicitamente di assumere il luogo come documento storico, ma questa autenticità viene resa leggibile attraverso un progetto architettonico intenzionalmente poco invasivo, basato su ferro, cemento, pietra, vuoto e rapporto fra struttura originaria e intervento contemporaneo. (Memoriale Shoah)
L’autenticità, dunque, non elimina la mediazione curatoriale. La rende diversa.
2.5 Ogni museo costruisce una propria traiettoria temporale
Il confronto fa emergere alcune teleologie molto riconoscibili:
Varsavia: occupazione → insurrezione → sconfitta →
sacrificio → sovranità differita.
Invalides: disfatta e “anni neri” → “anni grigi” →
liberazione e “anni della luce”. (Museo
dell'Esercito)
Torino: leggi razziali → guerra e occupazione →
Resistenza → libertà → Costituzione. (Museo
Diffuso Torino)
Casa della Memoria: antifascismo, deportazione e vittime del terrorismo convergono nel valore normativo della democrazia repubblicana. (Comune di Milano)
DHM: storia nazionale dentro una lunga cronologia europea, deliberatamente costruita per evitare una celebrazione della nazione (Deutsches Historisches Museum, “History”).
Queste traiettorie non costituiscono semplicemente “contenuti”. Dicono al visitatore verso quale esito deve guardare il passato.
2.6 La Shoah è un banco di prova decisivo
La posizione attribuita alla Shoah permette di capire molto rapidamente l’architettura storiografica di un museo.
Al DHM il genocidio degli ebrei europei entra esplicitamente nella storia del regime nazista e della guerra, insieme alla politica razziale, agli Einsatzgruppen e alla responsabilità tedesca (Deutsches Historisches Museum, archivio dell’allestimento permanente 2006-2021).
Il Memoriale milanese parte invece dal luogo specifico delle deportazioni e dalla macchina concreta che rese possibile l’invio verso i campi, includendo il ruolo delle persecuzioni razziali italiane e degli apparati che resero possibili arresti e deportazioni. (Memoriale Shoah)
Per la Risiera, una recente lettura scientifica ha criticato la tendenza della memoria pubblica locale a concentrare la responsabilità soprattutto sul dispositivo tedesco, lasciando meno visibile la complicità fascista italiana. È una tesi degli autori dello studio, non un dato neutro, ma pone un problema comparativo importante (De Gruyter Brill).
A Varsavia la questione diventa ancora più delicata, perché la grande narrazione del martirio e dell’eroismo nazionale polacco può entrare in concorrenza con la specificità dello sterminio degli ebrei. La letteratura critica sul museo colloca questo problema dentro la costruzione post-1989 di una memoria nazionale polacca centrata su vittimizzazione, resistenza e sovranità (Sage Journals).
2.7 I perpetratori sono forse il soggetto più difficile da musealizzare
La Topographie des Terrors affronta frontalmente il problema. Il suo soggetto sono le istituzioni che produssero e amministrarono la persecuzione: Gestapo, SS, Reichssicherheitshauptamt, apparati di polizia e loro attività nei territori occupati. Il percorso privilegia fotografie, testi, documenti e strutture amministrative del crimine (Topographie des Terrors, “Exhibitions”).
Il DHM ha sperimentato una strategia analoga con la mostra del 2010 Hitler und die Deutschen. Volksgemeinschaft und Verbrechen, che spostava la domanda da Hitler alla società tedesca e alle forme di adesione, partecipazione e consenso (Deutsches Historisches Museum, archivio delle mostre 2011).
Da qui emerge una domanda molto utile per tutti gli altri casi: quanto spazio esiste per collaboratori, opportunisti, spettatori, funzionari intermedi e “zone grigie”?
È relativamente facile costruire un museo intorno a vittime, eroi e carnefici chiaramente identificabili. Diventa molto più difficile rappresentare società nelle quali consenso, adattamento, coercizione, opportunismo e resistenza convivono.
2.8 La quantità di fonti non garantisce automaticamente pluralità
Zuzanna Bogumił ha formulato una critica interessante proprio studiando il Museo dell’Insurrezione: documenti e oggetti rischiano di diventare illustrazioni di una storia già scritta anziché materiali capaci di produrre attrito, interrogazione e nuove conoscenze. (czasopisma.isppan.waw.pl)
È una questione cruciale anche per Milano. Il nuovo Museo Nazionale della Resistenza disporrà, secondo il progetto ufficiale, di un patrimonio enorme: oltre duemila bacini documentari, centinaia di migliaia di documenti della Resistenza militare e politica, fotografie, manifesti e decine di migliaia di registrazioni sonore. (Museo Nazionale della Resistenza)
La sfida sarà rendere visibili provenienza, conflitto e carattere parziale delle fonti, invece di trasformare quell’enorme patrimonio in semplice certificazione visiva di una narrazione predisposta.
2.9 Il confronto europeo porta direttamente al problema milanese
Il progetto del MNR dichiara già una tensione molto precisa: coniugare forte capacità informativa e grande impatto emozionale, rappresentare una Resistenza plurale, inserirla nel contesto europeo e transnazionale, comprendere deportati, vittime, civili, Alleati, Regno del Sud, antifascismo politico e storia della memoria pubblica (Museo Nazionale della Resistenza, “Progetto”).
È quasi esattamente il campo problematico che emerge dal confronto europeo, il che è sicuramente un merito di chi ha iniziato a progettare il Museo a Milano.
3. Varsavia: verifica delle impressioni a caldo
La qualità museografica
Il museo utilizza ricostruzioni di strade, barricate e fognature, materiali audiovisivi, testimonianze, documenti, fotografie, oggetti e dispositivi multisensoriali. Una grande struttura centrale trasmette il battito cardiaco e il paesaggio sonoro combina radio, canti, rumori e suoni di combattimento (Maria Żychlińska e Erica Fontana, “Museal Games and Emotional Truths”).
L’Archivio di Storia Orale raccoglie inoltre testimonianze di migliaia di partecipanti e combattenti dell’Insurrezione, confermando quanto la voce testimoniale sia strutturale al progetto. (1944.pl)
La ricostruzione digitale tridimensionale della città distrutta, City of Ruins, aggiunge un altro linguaggio ancora: permette di vedere Varsavia come poteva apparire dall’alto dopo la distruzione (Warsaw Rising Museum, “City of Ruins”).
La letteratura ha descritto precisamente il museo come macchina di identificazione personale ed emozionale. Żychlińska e Fontana parlano di strategie politiche e poetiche capaci di produrre identità nazionale attraverso nostalgia, emozione e identificazione con gli insorti. (Sage Journals).
Antinazismo, anticomunismo e “due totalitarismi”
Paweł Ukielski, vicedirettore del museo, ha presentato l’Insurrezione all’interno di una lettura nella quale la Polonia affronta durante la guerra due sistemi totalitari e Varsavia diviene teatro di una convergenza fra gli interessi tedeschi e sovietici nella distruzione della capitale e dell’élite polacca. (ENRS)
La studiosa Ljiljana Radonić ha individuato nella narrazione del museo una struttura analoga: il racconto dell’Insurrezione combina vittimizzazione nazionale, sacrificio, antinazismo e anticomunismo e conduce alla rappresentazione di una “vittoria rimandata”, realizzata pienamente soltanto con la fine del comunismo. (De Gruyter Brill)
Il problema, a mio parere, non consiste nel ricordare anche la violenza sovietica (ovviamente). L’invasione sovietica del 1939, Katyn, deportazioni, repressioni contro l’Armia Krajowa e successiva subordinazione politica della Polonia appartengono pienamente alla storia del Novecento polacco.
La criticità emerge quando queste esperienze vengono organizzate dentro una categoria sufficientemente simmetrica da indebolire le differenze fra fenomeni storici diversi. L’occupazione tedesca della Polonia fu un progetto razziale, coloniale e genocidario, fondato anche sulla distruzione delle élite, sullo sfruttamento della popolazione e sulla Shoah. Il ruolo sovietico cambia invece radicalmente nel corso della guerra: co-aggressore della Polonia nel 1939; dal 1941 membro della coalizione che combatte e infine distrugge militarmente il Reich; contemporaneamente e successivamente potenza capace di imporre in Polonia un nuovo sistema politico dipendente da Mosca e di reprimere parte consistente della resistenza non comunista.
La categoria dei “due totalitarismi” appartiene inoltre a una storia europea della memoria più ampia e rischia di appiattire ideologicamente le differenze. Máté Zombory mostra come la memoria del comunismo sia stata costruita nel periodo postcomunista anche attraverso il confronto con la memoria della Shoah, soprattutto durante il processo di allargamento europeo; Zoltan Dujisin ricostruisce parallelamente la formazione di reti, istituti e linguaggi transnazionali dell’anticomunismo. (Cambridge)
Il registro del Museo dell’Insurrezione non deriva semplicemente dalla congiuntura politica polacca attuale, ma è già inscritto nella sua nascita nel 2004 e nella più ampia politica della memoria postcomunista. Le evoluzioni politiche successive possono averlo rafforzato e reso più visibile.
Un punto particolarmente fertile
Il museo alterna una cronologia molto presente, attraverso pagine di calendario e date, a un percorso fisico che diventa progressivamente tematico, labirintico e immersivo. Gli studiosi (e anche le sensazioni di chi mi ha accompagnato nella visita, vale a dire utenti non specialisti) hanno osservato che la chiarezza cronologica tende a indebolirsi soprattutto nelle fasi finali, mentre l’esperienza della distruzione assume sempre maggiore centralità (Maria Żychlińska e Erica Fontana, “Museal Games and Emotional Truths”).
Un museo può essere cronologicamente accurato nelle singole informazioni e produrre comunque una percezione complessiva di equivalenza attraverso montaggio, prossimità, successione e intensità affettiva.
È una pista da conservare e approfondire.
4. Le differenti forme del racconto nazionale
Berlino: il Deutsches Historisches Museum
Il DHM è il caso più interessante per mettere alla prova l’idea stessa di “museo nazionale”. Fu fondato nel 1987 dalla Repubblica Federale e dal Land di Berlino; dopo la riunificazione incorporò edificio e collezioni del Museum für Deutsche Geschichte della DDR e divenne di fatto il grande museo nazionale della storia tedesca riunificata (Deutsches Historisches Museum, “History”).
La commissione fondatrice aveva però formulato un principio esplicito: un museo capace di situare la storia tedesca entro relazioni europee e internazionali, orientato alla riflessione e alla discussione e privo di una funzione di glorificazione nazionale (Deutsches Historisches Museum, “History”).
L’allestimento permanente 2006-2021 seguiva circa 1.500 anni di storia attraverso 6.000 oggetti e affiancava storia politica e vita quotidiana. Nella sezione novecentesca, l’aggressione tedesca alla Polonia, la persecuzione razziale, gli Einsatzgruppen e il genocidio degli ebrei europei erano integrati direttamente nella storia nazionale tedesca (Deutsches Historisches Museum, archivio dell’allestimento permanente 2006-2021).
DHM e Varsavia sono entrambi musei potentemente legati alla nazione, ma costruiscono due rapporti molto diversi con essa. A Varsavia la nazione tende a offrire il soggetto morale del racconto. Nel DHM la nazione costituisce piuttosto l’oggetto storico da sottoporre a indagine, compresa la propria responsabilità criminale.
È una differenza fondamentale.
Parigi: Invalides
Il Musée de l’Armée possiede una genealogia opposta. Nasce nel 1905 dalla fusione di due collezioni militari e porta con sé una vocazione patriottica radicata nella Francia successiva alla sconfitta del 1870: conservare la storia militare e la memoria delle glorie e dei soldati francesi. Questa dimensione resta presente nella missione contemporanea, pur all’interno di una museologia profondamente rinnovata. (Museo dell'Esercito)
La successione delle sale sulla Seconda guerra mondiale è rivelatrice: 1939-1942, “anni neri”; 1942-1944, “anni grigi”; 1944-1945, “anni della luce”. Sono presenti sconfitta, occupazione, Vichy, Francia libera, Resistenza, repressione, rinascita dell’esercito, sbarchi, liberazione e scoperta dei campi. (Museo dell'Esercito)
Il vicino Musée de l’Ordre de la Libération, installato agli Invalides dal 1967 per volontà di de Gaulle, rende ancora più evidente il ruolo della Francia libera, della Resistenza interna e della deportazione nella memoria nazionale della liberazione. (Museo dell'Esercito)
5. La città come museo: Torino e Casa della Memoria
Torino
Il Museo Diffuso nasce nel 2003 da un progetto avviato nel 1999 con forte partecipazione delle associazioni della Resistenza e della deportazione. L’esposizione permanente, Torino 1938-1948. Dalle leggi razziali alla Costituzione, assume esplicitamente la città come campo storico e costruisce il percorso attraverso testimonianze, fotografie, filmati, documenti e ambienti multimediali. (Museo Diffuso Torino)
L’architettura narrativa è molto diversa da Varsavia: una sorta di metropolitana simbolica attraversa vita quotidiana, bombardamenti, regime, occupazione, libertà, mentre il visitatore viene rinviato continuamente ai luoghi reali della città. (Museo Diffuso Torino)
Il percorso termina significativamente sulla Costituzione. (Museo Diffuso Torino)
Il museo produce dunque una teleologia esplicita, ma di tipo civico-costituzionale: dalla perdita dei diritti e dalla guerra alla costruzione della cittadinanza democratica.
Questo potrebbe diventare un confronto estremamente utile con il futuro museo milanese, che dichiara anch’esso un forte rapporto fra Resistenza, cittadinanza e democrazia repubblicana.
Casa della Memoria
La Casa della Memoria di Milano, inaugurata il 25 aprile 2015, possiede una natura ancora diversa. Riunisce ANPI, ANED, Istituto Parri, associazioni delle vittime del terrorismo e della strage di Piazza Fontana e altri soggetti della memoria civile. È insieme sede associativa, luogo di iniziative, spazio espositivo e monumento urbano dedicato a libertà e democrazia. (Comune di Milano)
Uno studio sull’edificio ha parlato significativamente di “instant patina”: l’architettura cerca di attribuire immediatamente alla costruzione nuova la densità e l’autorità proprie di un luogo della memoria sedimentato. (Portale di Ricerca TU Eindhoven)
Qui emerge un altro problema: può essere costruito un luogo della memoria prima che il tempo gli abbia attribuito memoria?
È anche il passaggio che lega Casa della Memoria al nuovo Museo Nazionale della Resistenza, destinato a sorgere nello stesso sistema urbano e memoriale.
6. Il luogo della violenza: Topographie, Risiera, Memoriale
Questi tre casi meritano una sezione comparativa autonoma.
Topographie des Terrors
Il centro nasce nel 1987 attraverso un’esposizione temporanea realizzata sul luogo in cui avevano operato Gestapo e SS. Gli scavi archeologici delle strutture del terrore suscitarono un interesse tale da trasformare progressivamente il sito in istituzione permanente. Una commissione specialistica presieduta da Reinhard Rürup definì alla fine degli anni Ottanta la necessità di conservare le tracce e costruire un centro di documentazione. La fondazione fu istituita nel 1992; l’attuale edificio aprì nel 2010 (Topographie des Terrors, “History after 1945”).
La mostra permanente privilegia consapevolmente un registro documentario sobrio: fotografie, testi, citazioni, console documentarie e una struttura organizzata attorno agli apparati delle SS e della polizia e ai loro crimini in Germania e nell’Europa occupata (Topographie des Terrors, “Exhibitions”).
È quasi l’opposto della strategia immersiva di Varsavia: l’emozione nasce dall’essere nel luogo in cui la macchina criminale lavorava e dalla freddezza dell’evidenza documentaria.
Risiera di San Sabba
La Risiera fu utilizzata dopo l’8 settembre 1943 come luogo di prigionia, transito, deposito di beni razziati, detenzione e uccisione di ostaggi, partigiani, prigionieri politici ed ebrei; un forno crematorio entrò in funzione nel 1944. Divenne monumento nazionale nel 1965 e museo nel 1975. (Risiera di San Sabba)
La configurazione attuale incorpora però la potente riscrittura architettonica di Romano Boico. L’edificio storico, i muri monumentali e il percorso memoriale formano un insieme nel quale la traccia e l’interpretazione si sovrappongono. Il nuovo allestimento del 2016, coordinato scientificamente da Francesco Fait con un ampio comitato comprendente fra gli altri Michele Sarfatti, Tullia Catalan e Anna Maria Vinci, ha aggiunto documenti, multimedia, oggetti e contestualizzazione. (Risiera di San Sabba)
Il problema storiografico più interessante riguarda l’intreccio fra nazismo, fascismo italiano e storia di confine. La recente lettura critica di Meghnagi, Posocco e Angeletti segnala nel sistema memoriale triestino la persistenza di una rappresentazione che rende più visibile la responsabilità tedesca rispetto alla collaborazione fascista italiana. (De Gruyter Brill)
È un problema enorme per una futura riflessione italiana: una narrazione della Resistenza diventa più complessa quando interroga anche la società che produsse il fascismo e sostenne, collaborò, si adattò o partecipò ai suoi apparati.
Memoriale della Shoah
Il Memoriale sotto la Stazione Centrale di Milano fu inaugurato nel 2013 nell’area ferroviaria utilizzata fra 1943 e 1945 per le deportazioni. Il progetto nasce esplicitamente come memoriale più che come museo tradizionale, assumendo lo spazio industriale e ferroviario stesso come documento. (Memoriale Shoah)
La scelta di materiali, vuoti, silenzi e interventi poco invasivi crea una forma di coinvolgimento radicalmente differente dall’immersione ricostruttiva. La successiva presenza del CDEC rafforza anche la relazione fra commemorazione e ricerca. (Memoriale Shoah)
Milani e Richardson hanno mostrato inoltre come il Memoriale abbia progressivamente collegato memoria della deportazione e responsabilità contemporanea, anche attraverso l’accoglienza temporanea di migranti nei suoi spazi. (Taylor & Francis Online)
Qui la memoria produce dunque anche una presa di posizione etica nel presente. È un’operazione interessante e insieme discutibile, proprio perché apre il problema dei limiti delle analogie tra eventi storicamente diversi.
7. Resistenza, guerra civile, collaborazionismo
Questo è probabilmente il nodo sul quale in futuro il dossier potrà essere più utile al dibattito italiano.
I musei del corpus tendono a organizzare più facilmente il racconto quando dispongono di soggetti morali riconoscibili: l’insorto a Varsavia, il resistente e il deportato a Torino, il perseguitato al Memoriale, il combattente della Francia libera agli Invalides.
Il quadro diventa più instabile quando entrano:
collaboratori;
appartenenti agli apparati fascisti;
popolazioni che attraversano più appartenenze;
forme di consenso;
passività e adattamento;
conflitti interni alle Resistenze;
violenze esercitate dagli stessi resistenti;
doppi giochi e sopravvivenza;
trasformazione dell’antifascismo in legittimazione politica del dopoguerra.
La Topographie des Terrors e alcune esperienze del DHM mostrano quanto possa essere produttivo spostare la domanda dalla sola esperienza delle vittime alla produzione sociale e amministrativa della violenza.
Per Milano questo implica una domanda precisa: il Museo Nazionale della Resistenza riuscirà a rappresentare la Resistenza come fenomeno politicamente fondativo conservandone insieme pluralità, conflitti e zone opache?
Il progetto ufficiale offre segnali incoraggianti. Parla al plurale di “Resistenze”, vuole distinguere motivazioni ideali, condizioni territoriali e appartenenze sociali e dichiara una prospettiva comparativa e transnazionale. Comprende inoltre civili, deportati, vittime di massacri, Alleati e Regno del Sud. (Museo Nazionale della Resistenza)
Questa apertura concettuale sarà uno dei criteri con cui valutare l’allestimento quando sarà visibile.
8. Il problema specifico del nazismo e del comunismo
Occorre evitare due semplificazioni speculari.
La prima consiste nel minimizzare violenza, imperialismo e repressione sovietici per paura di alimentare un revisionismo anticomunista.
La seconda consiste nell’ordinare nazismo e comunismo sotto una categoria talmente omogenea da rendere secondarie differenze fondamentali di finalità, pratiche, cronologie, gruppi bersaglio e collocazione dentro la stessa guerra.
La memoria europea post-1989 ha reso la categoria del totalitarismo un terreno transnazionale di riconoscimento politico delle memorie dell’Est. Gli studi di Zombory e Dujisin consentono di leggere questo processo storicamente, quindi senza dover scegliere preventivamente fra adesione e rifiuto della categoria. (Cambridge)
Il Museo dell’Insurrezione diventa così interessante come documento del XXI secolo oltre che come museo del 1944.
Racconta l’insurrezione, ma racconta anche il modo in cui una Polonia postcomunista vuole ricollocare la propria esperienza dentro la storia europea.
Ogni museo racconta almeno due tempi, quello che espone e quello in cui viene costruito.
9. Fonti, oggetti e testimonianze: prova o illustrazione?
Il corpus consente di distinguere quattro grandi usi della fonte:
Fonte come prova: Topographie des Terrors.
Fonte come traccia materiale: Risiera e Memoriale.
Fonte come esperienza testimoniale: Varsavia e Torino.
Fonte come oggetto storico inserito in una lunga narrazione: DHM e Invalides.
Naturalmente le categorie si sovrappongono.
La domanda da porre sistematicamente è: la fonte conserva la capacità di contraddire il museo?
Un documento davvero utilizzato come fonte può produrre ambiguità, mostrare conflitti, complicare le categorie. Un documento utilizzato come illustrazione viene selezionato perché conferma ciò che il percorso ha già affermato.
La critica di Bogumił al museo contemporaneo della guerra è particolarmente pertinente: il rischio delle esposizioni immersive consiste nel trasformare gli oggetti in accessori di una “simulazione del passato”. (czasopisma.isppan.waw.pl)
Questo sarà un punto strategico per il nuovo museo milanese, proprio perché la quantità di materiale disponibile è enorme.
10. Museo Nazionale della Resistenza di Milano
Il progetto
Il progetto ufficiale dichiara alcuni obiettivi insolitamente vicini alle questioni emerse dal nostro corpus: capacità informativa ed emozionale, pluralità delle Resistenze, scala europea, lunga durata, rapporto fra antifascismo e democrazia repubblicana, storia della memoria pubblica. (Museo Nazionale della Resistenza)
Le fonti disponibili sono straordinarie: archivi della Resistenza militare e politica, archivi privati, fotografie clandestine, manifesti, registrazioni sonore e una vasta rete di istituzioni e associazioni, fra cui Parri, CDEC, ANPI, ANED e altre organizzazioni della memoria resistenziale e deportazionale. (Museo Nazionale della Resistenza)
Cinque domande da conservare per l’apertura
- L’emozione aprirà o chiuderà il conflitto interpretativo?
Il progetto dichiara apertamente di voler produrre impatto emozionale. Varsavia mostra quanto questo possa essere efficace e quanto sia necessario interrogare il rapporto fra regia affettiva e pluralità.
- Quanto spazio avranno fascismo, RSI e collaborazione?
Un museo nazionale della Resistenza ha bisogno di raccontare anche la società dalla quale la Resistenza emerge, comprese partecipazione, consenso e collaborazione con l’occupante.
- Come verrà integrata la Shoah?
La deportazione politica e quella razziale possiedono intersezioni e differenze. Il Memoriale e la Risiera mostrano quanto la specificità delle persecuzioni razziali e la responsabilità italiana vadano rese leggibili senza essere assorbite dentro una categoria indifferenziata di vittime.
- Come verranno utilizzati gli archivi?
L’enorme disponibilità documentaria può produrre un museo straordinariamente ricco oppure una gigantesca banca di illustrazioni. La differenza dipenderà dal grado in cui verranno mostrate provenienza, conflitto, lacune e interpretabilità delle fonti.
- Come verrà raccontata la memoria della Resistenza dopo il 1945?
Il progetto prevede esplicitamente una storia della memoria pubblica. È probabilmente uno dei suoi elementi più promettenti: consentirebbe al museo di mostrare che anche la categoria di “Resistenza” ha avuto una storia, è stata selezionata, celebrata, contestata e trasformata nel corso della Repubblica. (Museo Nazionale della Resistenza)
Questa quinta dimensione potrebbe consentire al MNR di evitare la trappola di presentare la memoria repubblicana come naturale conseguenza degli eventi del 1943-45.
11. Una matrice comparativa provvisoria
| Museo | Virtù specifica | Rischio da interrogare |
|---|---|---|
| Varsavia | straordinaria regia dell’esperienza | identificazione nazionale che assorbe la complessità |
| DHM | responsabilità dentro la storia nazionale | monumentalità/autorità del grande racconto |
| Topographie | centralità di perpetratori e apparati | documentazione molto cognitiva |
| Invalides | chiarezza politico-militare | teleologia nazionale della liberazione |
| Torino | territorio, testimonianze, cittadinanza | Costituzione come esito troppo lineare |
| Risiera | forza del luogo | equilibrio tra nazismo e corresponsabilità fascista |
| Memoriale | materialità e specificità della deportazione | analogie etiche fra passato e presente |
| Casa della Memoria | pluralità delle memorie civiche | memoria normativa più che indagine storica |
| futuro MNR | patrimonio e pluralità potenzialmente eccezionali | chiusura celebrativa di un racconto fondativo |
Questa tabella va considerata strumento euristico, non classifica né giudizio definitivo.
12. Piste che meritano di diventare nuclei di riflessione
Il dossier suggerisce già almeno sei domande di livello alto.
Quanto può essere emozionante un museo storico senza trasformare l’interpretazione in esperienza incontestabile?
Che cosa succede quando un museo nazionale deve raccontare la responsabilità della propria nazione?
Come si rappresenta la violenza esercitata “dai propri”? Fascisti italiani, Vichy, collaboratori, tedeschi ordinari, polacchi coinvolti nelle persecuzioni antiebraiche.
Che cosa significa raccontare insieme nazismo e socialismo senza produrre equivalenze e senza rimuovere nessuno dei due sistemi di violenza?
Quando un luogo autentico diventa museo, dove termina la traccia e comincia la costruzione memoriale?
Una Resistenza può essere raccontata come fondamento della democrazia conservando conflitto, guerra civile, fallimenti, responsabilità e pluralità?
Quest’ultima mi sembra la domanda che conduce più direttamente a Milano.
13. Bibliografia scientifica essenziale
Una prima bibliografia selettiva, limitata ai testi che mi sembrano già realmente utili:
Zuzanna Bogumił, “Memorial versus Simulation of the Past — World War II in Historical Exhibitions”, Culture & Society, 55/4, 2011, DOI 10.35757/KiS.2011.55.4.8. (czasopisma.isppan.waw.pl)
Maria Żychlińska, Erica Fontana, “Museal Games and Emotional Truths: Creating Polish National Identity at the Warsaw Rising Museum”, East European Politics and Societies, 30/2, 2016, pp. 235-269, DOI 10.1177/0888325414566198. (Sage Journals)
Steffi de Jong, “Sentimental Education. Sound and Silence at History Museums”, Museum & Society, 16/1, 2018, DOI 10.29311/mas.v16i1.2537. (University of Leicester Open Journals)
Geerte Savenije, Pieter de Bruijn, “Historical empathy in a museum: uniting contextualisation and emotional engagement”, International Journal of Heritage Studies, 23, 2017, pp. 832-845, DOI 10.1080/13527258.2017.1339108. (Taylor & Francis Online)
Máté Zombory, “The birth of the memory of Communism: memorial museums in Europe”, Nationalities Papers, 45/6, 2017, pp. 1028-1046, DOI 10.1080/00905992.2017.1339680. (Cambridge)
Zoltan Dujisin, “A history of post-communist remembrance: from memory politics to the emergence of a field of anticommunism”, Theory and Society, 50, 2021, pp. 65-96, DOI 10.1007/s11186-020-09401-5. (Springer Nature)
Tommaso M. Milani, John E. Richardson, “Responsibility for justice in action: commemoration, affect and politics at Il Memoriale della Shoah in Milan”, Critical Discourse Studies, 20/5, 2023, pp. 561-580, DOI 10.1080/17405904.2022.2092164. (Taylor & Francis Online)
David Meghnagi, Laura Posocco, Silvia Angeletti, “Contested Memories in the Border Town of Trieste…”, Eastern European Holocaust Studies, 2/2, 2024, pp. 431-456, DOI 10.1515/eehs-2023-0029. (De Gruyter Brill)
Conclusione provvisoria del dossier
Il confronto modifica leggermente la domanda iniziale. Il punto più produttivo non sembra essere stabilire quali musei raccontino correttamente la Seconda guerra mondiale. Un museo seleziona inevitabilmente e lavora entro una propria economia dello spazio, del tempo, delle fonti e dell’emozione.
La domanda più precisa è:
in che modo ciascun dispositivo rende visibili alcune complessità e ne rende altre più difficili da pensare?
Varsavia rende straordinariamente percepibile l’esperienza dell’insurrezione e la trasforma in esperienza nazionale. La Topographie rende visibili gli apparati del crimine. Il DHM porta la responsabilità dentro la narrazione nazionale. Gli Invalides organizzano la guerra attraverso sconfitta, ricostituzione militare e liberazione. Torino iscrive la Resistenza nella città e nella cittadinanza costituzionale. La Risiera e il Memoriale affidano al luogo una parte essenziale dell’autorità della testimonianza. Casa della Memoria trasforma la memoria in istituzione civica.
Il futuro Museo Nazionale della Resistenza arriva quindi in un panorama nel quale tutte queste soluzioni sono già state sperimentate. La sua originalità potrebbe consistere nella capacità di apprenderne insieme possibilità e limiti.
Serve usare l’imminente museo milanese per interrogare la maturità della storia pubblica italiana davanti alla Resistenza, dopo trent’anni nei quali la memoria europea della guerra è stata profondamente trasformata dal ritorno delle memorie dell’Est, dalla centralità acquisita dalla Shoah, dagli studi sul collaborazionismo, dalle categorie di vittima e perpetratore e dalla crescente musealizzazione immersiva del passato.