Il 24 agosto 2026 Regno Unito e Ucraina hanno firmato un accordo sull’intelligenza artificiale applicata alla difesa. Il Regno Unito diventa il primo partner internazionale ad accedere ad Avengers AI Labs, la piattaforma sviluppata in Ucraina per addestrare modelli di intelligenza artificiale attraverso dati raccolti direttamente sul campo di battaglia. La cooperazione coinvolge governi, industria, università e ricerca e riguarda modelli sviluppati congiuntamente, dati e capacità di calcolo, sistemi autonomi, cybersecurity e dati sintetici.
Fonte primaria: UK–Ukraine Artificial Intelligence Partnership, dichiarazione congiunta del 24 agosto 2026
Avengers Labs dispone di un dataset di cinque milioni di frame annotati raccolti sul campo di battaglia. La parte principale proviene dal sistema militare ucraino DELTA e viene continuamente integrata con nuovi dati. Il dataset comprende carri armati, artiglieria, sistemi di difesa aerea, fanteria e obiettivi aerei, tra cui droni Shahed e velivoli da ricognizione. Il materiale serve ad addestrare sistemi di intelligenza artificiale destinati ai sistemi senza equipaggio.
Fonte primaria: Ministero della Difesa ucraino, Avengers Labs, 10 agosto 2026
La vicenda appartiene alla guerra in Ucraina. Appartiene anche a una storia molto più lunga.
Nel 2011, in Una nuova era? “Deindustrializzazione” e nuovi assetti produttivi nel mondo (1945-2005), avevo cercato di tenere insieme divisione del lavoro, macchinismo, produttività, occupazione e automazione in una prospettiva di lungo periodo. L’automazione vi compariva come «una ulteriore evoluzione del macchinismo», e quindi come un’opzione capace di accelerare la crescita della produttività e di riproporre il problema della disoccupazione tecnologica.
Il libro: Luigi Vergallo, Una nuova era?, Aracne, 2011, scheda dell’Università degli Studi di Milano
La questione era già presente nella prima rivoluzione industriale. Meccanizzazione e parcellizzazione del lavoro precedentemente svolto dal singolo artigiano si alimentavano a vicenda. Le innovazioni settecentesche sostituivano progressivamente le macchine «all’abilità e alla fatica umane» e fonti inanimate di energia a quelle animali. Tra le trasformazioni che insieme presero il nome di rivoluzione industriale, quella che più interessava il mio ragionamento era la meccanizzazione del moto.
La macchina utensile incorporava, in forma modificata, gli apparecchi e gli strumenti con i quali avevano lavorato l’artigiano e l’operaio manifatturiero. Marx aveva legato strettamente divisione del lavoro e sviluppo tecnologico e aveva descritto gli uomini della manifattura come membra di un meccanismo concentrato sotto l’autorità del capitalista.
Gli effetti della sostituzione erano già misurabili. Con l’introduzione dei telai meccanici gli sforzi si concentrarono sulla possibilità di farli funzionare attraverso il controllo di un numero minore di persone. Dal 1833 un giovane con un aiutante poteva manovrare quattro telai contemporaneamente e produrre fino a venti volte più di un tessitore a mano. Nell’arco di un ventennio i tessitori a mano inglesi passarono da circa 250.000 a 40.000, per ridursi ulteriormente negli anni successivi.
La sostituzione dell’operaio accompagna dunque la storia stessa del macchinismo.
Ricardo aveva finito per riconoscere esplicitamente che «la sostituzione delle macchine al lavoro umano» poteva risultare dannosa agli interessi della classe dei lavoratori. La questione investiva il rapporto tra salari e prezzo delle macchine e la possibilità che l’impiego di capitale fisso riducesse relativamente la domanda di forza lavoro.
Marx portava questo ragionamento ancora più avanti. In Una nuova era? riportavo una formula particolarmente netta: «La produttività di una macchina è misurata perciò dal grado in cui la macchina sostituisce la forza lavorativa dell’uomo». L’industria meccanizzata accresceva la forza produttiva del lavoro riducendo nello stesso tempo il numero degli operai occupati da un determinato capitale; una parte di capitale che prima si trasformava in forza lavorativa veniva convertita in macchinario.
Il punto riguarda la macchina e riguarda l’operaio nella sua interezza.
Nei Grundrisse Marx aveva spinto la riflessione fino alla conoscenza e alle capacità intellettuali. L’accumulazione del sapere e dell’abilità, le «forze produttive generali del cervello sociale», viene assorbita nel capitale e vi appare come attributo del capitale fisso. La macchina possiede abilità e forza al posto del lavoratore; il lavoro vivo si trova progressivamente subordinato al lavoro oggettivato e autoattivantesi.
Poco oltre compare una formula che oggi assume un’evidenza particolare. Le macchine sono per Marx «organi del cervello umano creati dalla mano umana», potenza della conoscenza oggettivata. Lo sviluppo del capitale fisso indica fino a quale grado il sapere sociale generale sia diventato una forza produttiva immediata.
Testo: Karl Marx, Grundrisse, Notebook VII, capitale fisso, macchine e lavoro vivo
Marx aveva dunque già visto che la tendenza del macchinismo poteva raggiungere il sapere, le capacità intellettuali, il cervello. L’intelligenza artificiale dà oggi una configurazione tecnica nuova a quella tendenza e rende straordinariamente concreta l’idea della conoscenza sociale incorporata nella macchina.
La traiettoria era già in parte leggibile nella rivoluzione informatica.
In Una nuova era? la definivo una rivoluzione «dell’automazione e del controllo». Riprendendo Krishan Kumar e il Piano meccanico di Kurt Vonnegut, scrivevo che, se la prima rivoluzione industriale aveva svalutato il lavoro muscolare e la seconda quello «ordinario», l’ultima finiva con il rendere superfluo il lavoro «intellettuale», quella parte del lavoro destinata a controllare il processo produttivo, osservando e giudicando.
Poco più avanti il passaggio era formulato ancora più esplicitamente:
«Con il computer si è però potuto rendere automatiche funzioni precedentemente assolte esclusivamente dal cervello umano».
Le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni potevano così sostituire l’uomo nella funzione di controllo dei processi, mentre le tecnologie precedenti lo avevano sostituito nell’attività di trasformazione produttiva. Veniva raggiunta una funzione precedentemente considerata una sua chiara prerogativa, in quanto implicava «l’osservazione e il giudizio».
Già la storia dell’automazione aveva preparato questo passaggio. Seguendo Friedrich Pollock descrivevo un sistema nel quale alcune operazioni affidate fino a quel momento all’operaio potevano essere trasferite agli apparecchi elettronici. L’elemento decisivo era la retroazione. Un organo sensoriale raccoglieva informazioni, una memoria conservava ciò che sarebbe dovuto accadere, un dispositivo di raffronto confrontava le informazioni e il sistema impartiva le istruzioni necessarie. Un funzionamento del genere sembrava somigliare ai «giudizi intelligenti» oltre che alle «percezioni sensoriali».
L’intelligenza artificiale prosegue questa storia e ne estende il raggio.
La macchina industriale aveva investito forza e movimento. Il macchinismo aveva incorporato abilità, gesti e operazioni manuali. L’automazione aveva raggiunto comando e controllo. Il computer aveva automatizzato calcolo e memoria e aveva cominciato a investire osservazione e giudizio. I sistemi di intelligenza artificiale estendono l’automazione a ulteriori funzioni cognitive: riconoscere una configurazione, classificare un oggetto, associare informazioni, formulare una previsione, produrre linguaggio, scegliere tra possibilità definite dal sistema.
La progressiva incorporazione nella macchina delle facoltà della forza lavorativa raggiunge così un nuovo livello.
Questa traiettoria riguarda anche l’organizzazione del lavoro. Quello che veniva chiamato postfordismo poteva apparire piuttosto come una radicalizzazione, quasi un iperfordismo: nuove forme di flessibilità delle macchine, del lavoro e del salario accompagnavano una rinnovata capacità di controllo sul processo produttivo.
In Una nuova era?, confrontandomi tra gli altri con Maurizio Donato e Gianfranco Pala, osservavo che il sistema dell’impresa-rete poteva produrre, dietro il decentramento, una nuova verticalizzazione gerarchica e un controllo capace di attraversare l’intero processo produttivo, dalle materie prime alle scelte di mercato, comprendendo il lavoro e il suo costo.
Alla flessibilità delle macchine ottenuta tramite l’automazione del controllo corrispondeva la flessibilità del lavoro, fondata sulla riduzione della specializzazione, sulla multifunzionalità e sulla mobilità dentro e fuori dall’impresa. Alla frammentazione del ciclo produttivo poteva accompagnarsi una nuova capacità delle grandi imprese transnazionali di rafforzare il controllo «dal centro».
Tecnologia, organizzazione produttiva e rapporti di lavoro appartengono così allo stesso processo storico. La sostituzione modifica la quantità di lavoro richiesta, il contenuto delle mansioni, la distribuzione delle competenze, le gerarchie e i rapporti di forza che attraversano la produzione.
Su questo punto una fonte della mia ricerca di allora mi sembra oggi particolarmente utile.
Tra il 2002 e il 2005 intervistai Aurelio Macchioro. La versione pubblicata nell’appendice della mia tesi di dottorato è una «sintesi, operata dall’intervistato, delle due interviste realizzate» a Milano il 17 maggio 2002 e il 23 maggio 2005. L’intervista era già comparsa, insieme a quelle a Bruno Cartosio e Marco Marras, nella mia precedente tesi di laurea.
Quando gli chiesi che cosa pensasse della «fine del lavoro» e della «disoccupazione tecnologica di massa», Macchioro mise a fuoco un problema che conserva una forte attualità: «La disoccupazione tecnologica esiste, eccome!», e la collegò alla soggezione e alla precarizzazione del lavoro. Subito dopo gli chiesi quale contributo il marxismo potesse ancora dare all’analisi economica; nella sua risposta Macchioro lo definì uno strumento di euristica e di critica dell’economia politica fondamentale.
Il problema della sostituzione riguarda quindi un processo più ampio della semplice riduzione numerica degli occupati. Nella meccanizzazione e nell’automazione prende corpo una contraddizione antica: l’aumento della produttività riduce la quantità di lavoro umano necessaria a ottenere una determinata produzione. In Una nuova era? osservavo, attraverso Ulrich Beck, come la produttività significasse sempre anche eliminazione di lavoro umano; il problema storico investiva insieme disoccupazione, sottoccupazione, qualità del nuovo lavoro e sua distribuzione.
È dentro questa lunga storia che il caso ucraino acquista un significato ulteriore.
La guerra aveva già avuto un ruolo fondamentale nella nascita dell’informatica. Nel libro ricordavo che fu la seconda guerra mondiale a sancire il trapasso decisivo dal calcolatore meccanico a quello elettronico. La velocità dei nuovi aerei aveva imposto alla ricerca americana il compito urgente di costruire strumenti capaci di ridurre i tempi dei calcoli balistici; gli elevatissimi costi della ricerca e della costruzione delle prime macchine furono sostenuti dallo Stato. L’ENIAC venne realizzato per l’esercito statunitense.
Qualche decennio dopo la genealogia militare riappariva con le reti. ARPANET nacque nel 1969 all’interno dell’Advanced Research Projects Agency del Dipartimento della Difesa statunitense e il primo programma pilota coinvolse quattro università.
Guerra, Stato, ricerca scientifica, università e industria attraversano dunque la storia dell’informatica moderna.
Avengers Labs aggiunge una trasformazione importante. Il campo di battaglia produce direttamente una parte della materia necessaria all’addestramento delle macchine.
Milioni di osservazioni vengono raccolte attraverso droni, telecamere e sensori. Gli oggetti osservati vengono identificati e annotati. Le classificazioni formano un dataset. Quel dataset viene utilizzato per addestrare sistemi capaci di riconoscere altre configurazioni. I sistemi ritornano infine sul campo e contribuiscono alla produzione di nuove osservazioni. La piattaforma ucraina rende particolarmente evidente la rapidità con cui esperienza militare e addestramento algoritmico possono alimentarsi reciprocamente.
La guerra entra così in un circuito: esperienza, informazione, classificazione, addestramento, sistema tecnico, nuova esperienza.
In Una nuova era? avevo indicato tra le caratteristiche della rivoluzione tecnologica la «codificazione della conoscenza». Con l’intelligenza artificiale questa codificazione può investire direttamente l’esperienza.
Un carro armato, un drone, un soldato, un sistema di difesa diventano categorie di un dataset. Una configurazione visiva viene associata a un significato operativo. Milioni di operazioni di questo tipo sedimentano una rappresentazione del campo sulla quale la macchina viene addestrata a riconoscere e classificare.
Il passaggio dall’ENIAC ad Avengers Labs può allora essere descritto come quello dalla guerra che contribuiva a costruire i computer alla guerra che contribuisce ad addestrare l’intelligenza artificiale.
La guerra novecentesca poneva problemi tecnici, mobilitava risorse, finanziava laboratori e accelerava la costruzione di nuove macchine. La guerra contemporanea può diventare anche un ambiente continuo di produzione di dati e di codificazione dell’esperienza.
L’accordo tra Regno Unito e Ucraina rende visibile anche la circolazione di questa conoscenza. La dichiarazione congiunta organizza la collaborazione attraverso governo, industria, università e ricerca e prevede esplicitamente cooperazione sui dati, sui modelli e sulle infrastrutture di calcolo. Il comunicato britannico presenta l’esperienza operativa ucraina come una risorsa per ricercatori, ingegneri e imprese britanniche. Fra i primi progetti figura l’impiego di fibre ottiche come sensori assistiti dall’AI, con possibili applicazioni successive ad aeroporti, carceri, ferrovie e infrastrutture energetiche.
La traiettoria militare e civile già osservabile nella storia dei calcolatori e delle reti compare quindi sotto una forma nuova. L’esperienza prodotta dalla guerra viene trasformata in dati; i dati diventano materiale per i modelli; modelli e conoscenze possono circolare fra apparati militari, università, imprese e infrastrutture civili.
Qui torna Marx.
L’accumulazione della scienza, dell’abilità e delle «forze produttive generali del cervello sociale» si presenta nel capitale fisso come sapere oggettivato. L’intelligenza artificiale rende oggi particolarmente concreta questa possibilità: immense quantità di esperienza, linguaggio, immagini, classificazioni, competenze e decisioni umane vengono trasformate in una materia attraverso la quale sistemi tecnici acquisiscono nuove capacità.
Nel caso di Avengers Labs questa materia deriva anche dall’attività di soldati, operatori, tecnici, ingegneri e istituzioni impegnati nella guerra. Le immagini vengono raccolte, selezionate, annotate e classificate. Prima dell’apprendimento della macchina esiste quindi un processo sociale che produce e organizza il materiale dal quale essa apprende.
La domanda marxiana sulla sostituzione della forza lavorativa investe così anche la sorte della conoscenza prodotta socialmente quando viene incorporata nella macchina e il regime di proprietà che la trasforma in risorsa tecnologica.
La dichiarazione anglo-ucraina affronta già il problema della sovranità sui dati, della proprietà intellettuale e dei controlli sulle esportazioni. La questione dell’intelligenza artificiale appartiene dunque fin dall’inizio anche alla distribuzione della proprietà e del potere.
Nel 2011 concludevo la parte dedicata alla storia dell’informatica osservando che, dalla fine degli anni Ottanta, sembravano essersi succeduti soprattutto miglioramenti, anche straordinari, degli assetti raggiunti e che le reti telematiche rappresentavano l’ultimo grande passaggio rivoluzionario.
Quindici anni dopo, quella conclusione va riaperta.
L’intelligenza artificiale sembra costituire un altro passaggio nella storia lunga del macchinismo e della sostituzione della forza lavorativa. La meccanizzazione aveva investito forza e movimento; il macchinismo aveva incorporato abilità e manualità; automazione e informatica avevano raggiunto il controllo dei processi, il calcolo, la memoria, l’osservazione e il giudizio. L’intelligenza artificiale estende ulteriormente l’automazione dentro le facoltà cognitive.
Marx aveva già visto che questa storia poteva raggiungere il cervello.
Aveva chiamato le macchine «organi del cervello umano creati dalla mano umana».
Oggi la guerra contribuisce ad addestrare quegli organi.
Fonti principali
Per il caso contemporaneo userei come riferimenti principali la dichiarazione congiunta UK-Ucraina sull’intelligenza artificiale del 24 agosto 2026, il comunicato britannico sull’accesso ad Avengers AI Labs e la presentazione di Avengers Labs del Ministero della Difesa ucraino.
Nota sulla scrittura
Questo articolo è stato scritto insieme a ChatGPT. Io ho portato il tema, la tesi, i miei lavori precedenti, le fonti e le decisioni interpretative; ChatGPT ha contribuito alla ricerca, all’organizzazione dei materiali, al confronto fra i testi e alla stesura. La forma finale è nata da una sequenza di domande, obiezioni, verifiche e riscritture. Non è quindi un testo generato automaticamente, ma il risultato di un dialogo di lavoro; la responsabilità di ciò che viene pubblicato resta mia.