Nota editoriale
Questa intervista ad Aurelio Macchioro fu realizzata a Milano il 17 maggio 2002 e il 23 maggio 2005 nell’ambito della ricerca che sarebbe confluita nella mia tesi di dottorato, L’industria nel mondo tra nuova dislocazione e maturità (1945-2005). Aspetti storici e teorici dei processi di deindustrializzazione.
La versione qui riprodotta è quella pubblicata nell’appendice della tesi. Una nota posta allora al testo precisa che si tratta di una «sintesi, operata dall’intervistato, delle due interviste realizzate nelle date sopraindicate». L’intervista era già comparsa, insieme a quelle a Bruno Cartosio e Marco Marras, nella mia precedente tesi di laurea.
Ho mantenuto il testo della versione pubblicata, intervenendo soltanto sulla grafia di evidenti refusi e sciogliendo per leggibilità le sigle originarie dell’intervistatore e dell’intervistato.
Fonte della versione qui riprodotta: Luigi Vergallo, L’industria nel mondo tra nuova dislocazione e maturità (1945-2005). Aspetti storici e teorici dei processi di deindustrializzazione, tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, 2009, appendice, pp. 591-595.
Luigi Vergallo
Professor Macchioro, in un saggio poi pubblicato in “Il momento attuale. Saggi etico-politici” lei affermava di temere un processo di deindustrializzaz ione per l’Italia, specificando però che tale questione era rinviata al 2010. Cosa intende lei per “deindustrializzazione” e come immagina possa avvenire in Italia?
Aurelio Macchioro
Direi che la data del 2010 è stata largamente e negativament e superata. La stampa di questi primi mesi del 2005 ci parla di una nostra economia che non reg ge il passo, che retrocede rispetto ad altre economie nel tasso di esportazione e cioè di competitività internazionale. Ultimo esempio di deindustrializzazione è la vice nda Pirelli, nome glorioso del primo novecento. La Pirelli ha smobilitato gran parte del suo settore produttivo ed ha comprato la Telecom, e cioè un’azienda “di servizi”, in pi ù ha aperto un vasto settore immobiliarista, un settore, cioè, finanziario-speculativo di tipo palazzinaro. Tronchetti Provera ha fatto entrare cioè l’antica Pirelli nel settore terziario e in quello “palazzinaro”. Speriamo che Tronchetti Provera non ci regali la sorpre sa che Tanzi ci ha fatto con la Parmalat. Ripeto quello che ho detto altrove: oggi per forni rci di una fotocopiatrice, di una lente a contatto, di un microprocessore (la Olivetti ci provò ma non riuscì) e ormai anche di un’auto (la Fiat sta deindustrializzandosi) dobbiamo ricorrere all’importazione. Oggi il nostro sistema produttivo vive di trem arella per il nostro settore tessile (quello di Alessandro Rossi!) e per lo scarpificio m inacciati dalla concorrenza cinese, un gigante terzo o quarto venuto nella concorrenza internazionale.
Luigi Vergallo
Se dovesse ripercorrere le tappe importanti della storia dell’ industria italiana, quindi facendo questa volta un passo indietro anziché uno avanti, quali potrebbero essere individuate come tappe significative dell’industria italiana? C’è un parti colare momento che può individuare come tappa significativa per quello che sarà il futuro dell’industria?
Aurelio Macchioro
Per il decollo della nostra industrializzazione bisogna rifarsi, è noto, al primonovecento. Nel secondo dopoguerra c’è stato il cosiddetto “miracolo economico”, tra gli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta. Nell’ultimo ventennio il nostro paese ha perduto, via via, il passo. La crisi della Fiat-auto è in questo senso emblematica.
Luigi Vergallo
Quindi pensa che l’Italia continuerà sulla strada della deindustrializzazione?
Aurelio Macchioro
Il processo di deindustrializzazione ha ormai preso radici. Occ orrerebbe una sorta di “economia programmata” per reagire, e non ne vedo una qualche possibi lità. Non credo molto alla possibilità che il cosiddetto liberismo di mercato possa aiutarci a mutare indirizzo. Toccare il tasto di un’economia programmata con i rischi di burocratizzazione che essa comporta, significa toccare un tasto molto sensibile. Del resto le regole interne alla Ue non permettono sperimentazioni di “economia programmata” . Quindi io temo che i fenomeni che hanno portato alla nostra deindustrializzazione attuale abbiano maturato una loro irreversibilità.
Luigi Vergallo
È d’accordo con chi la deindustrializzazione la disegna come già reali zzata, in termini di postindustriale, postfordismo, ecc. e la ritiene soprattutt o portatrice di occasioni positive e di ricchezza? E con chi vi costruisce sopra immagini di liberazione dal lavoro in un filone forse negriano?
Aurelio Macchioro
Che in Italia sia in corso un processo di “liberazione del lavoro” mi sembra un discorso cervellotico. Il discorso pubblicistico di base verte oggi s ul costo del lavoro e cioè come rendere il lavoro meno costoso. Rendere il lavoro meno costoso: a spese di chi?
Luigi Vergallo
In cosa consiste la diversità tra l’Italia di trent’anni fa e quell a di oggi? Tra quella industria italiana e quella di oggi?
Aurelio Macchioro
Una ventina di anni fa si fece la (pretesa) scoperta di una terza Italia, quella del “piccolo è bello”, della nostra pretesa vocazione al piccolo è bell o, al nord est d’Italia. Attualmente si scopre che l’ intero nostro panorama produttivo è in crisi, tanto nel settore grande industriale che nei settori piccolo-industriali. Se poi guardia mo al sud d’Italia noi siamo ancora alla questione meridionale quale indicata da Pas quale Villari negli anni 1870. Ben s’intende, mi riferisco ai dati fondamentali del divario produttivo fra il nord e il sud d’Italia.
Luigi Vergallo
Il Professor Sapelli ieri [intervento in occasione di un convegno all’Università di Milano, 2002] diceva: “Siamo destinati per i prossimi cinquanta anni a produrre solo biancheria intima”.
Aurelio Macchioro
È vero.
Luigi Vergallo
Come si colloca secondo lei il lavoro autonomo in questo contesto “post industriale”?
Aurelio Macchioro
Ma esiste il lavoro “autonomo”?
Luigi Vergallo
Proprio a questo volevo arrivare, perché anche qui c’è chi esalta il lavoro autonomo come protagonista e chi invece parla di lavoro autonomo come in realtà lavoro dipendente mascherato, per farla semplice. Questa è la sostanza.
Aurelio Macchioro
Il cosiddetto lavoro autonomo è un lavoro, per lo più, di precariato. Come al soltio bisogna distinguere la Lombardia dalle Calabrie, senza pretendere di estendere Gallarate, poniamo, ad Eboli. Io ricevo telefonate di “autonome” le più sv ariate per offrirmi questo e quest’altro: è un lavoro “autonomo” o è, semplicemente, pove raccio? La raccolta del pomodoro è un lavoro autonomo?
Luigi Vergallo
Esiste un filone teorico che un po’ sul serio e un po’ scherzando potrem mo definire “catastrofico”, sintetizzabile nei concetti di “fine del lav oro”, e penso per esempio a Jeremy Rifkin, “disoccupazione tecnologica di massa”, ecc. Cosa ne pensa?
Aurelio Macchioro
La “fine del lavoro”, la fine dell’operaio “massa” fu già teor izzata intorno agli anni settanta; era la formula cavalcata da Antonio Negri: sono tutt e chiacchiere. La disoccupazione tecnologica esiste, eccome! Ma non ha a che fare con l a fine del lavoro, ma semmai con la sua soggezione e precarizzazione. Il tecno-sviluppo è stato sempre un diabolico rischio, basti ricordare il fenomeno del luddismo primo Ottocento.
Luigi Vergallo
Prima diceva, voglio fermarmi un attimo su questa cosa, un po’ sch erzando e un po’ no, giustamente, che servirebbe una rivoluzione per spezzare quest a tendenza discendente, immiserente. Ma quello che mi viene da chiedere è se ha vog lia di dire qualcosa sul contributo che il marxismo oggi può portare ad una analisi economica ed anche a una costruzione di un ideale di società.
Aurelio Macchioro
Il marxismo è capitombolato in maniera grottesca, assieme al la grottesca implosione dell’Urss e dell’intero assetto territoriale grande-russo edi ficato dai Romanov dai primi del Settecento. Lasciandoci in eredità dei personaggi-papaver o fra cui oggi è eminente un politicante chiacchierone e fallito come M. Gorbacev. Da noi gl i anni 1990 si sono espressi nella implosione de “l’Italia uscita dalla Resis tenza” e dal sorgere di una cortina di concionatori sulla “morte del marxismo”. Il quale, invece, è uno strumento di euristica – di “critica dell’economia politica” – fondamentale oggi più che mai. L’eutanasia del marxismo è stato il maggiore successo ottenuto dalle forze che sono emerse dalle implosioni degli anni 1990. In quanto alla costruzione di un “ideale di s ocietà” non bisogna chiedere troppo ad una critica dell’economia politica. L’ins taurazione del socialismo è un’operazione complessa per la quale il marxismo è in grado di offrire preamboli critici che, per quanto fondamentali, non vanno oltre il livello di preamboli.
Luigi Vergallo
Mi ricordo che in un’intervista la cui registrazione purtroppo in parte è andata persa, un’intervista che le ho fatto tre anni fa, mi diceva che la dissol uzione dell’Unione Sovietica lei la fa rientrare nella categoria dello stupefacent e…che non capiva da dove fosse venuto fuori il decennio degli anni novanta…
Aurelio Macchioro
Bisogna ricordare che l’Urss di Breznev era riuscita milit armente a quasi pareggiare gli Stati Uniti. Questa edificazione durante i 18 anni di regime brezneviano è stata spazzata via in poche settimane nel 1991. Il diciottennio brezneviano a veva indiscutibilmente accumulato grosse contraddizioni strutturali. Il ché non toglie il carattere abnorme e paradossale dei fatti del 1991 e della morte della euristica ma rxista che è seguita. La morte del marxismo non è dovuta alla scomparsa delle contraddizioni di classe o della miseria. Le torme di immigranti del terzo mondo o le tragedie irachene richiamano più che mai analisi di tipo marxista. La morte del marxismo è l ’esito più paradossale delle paradossali vicende 1989-1991.
Luigi Vergallo
Parallelamente a quello di cui abbiamo parlato finora si è sviluppato t utto un discorso sulla difficoltà oggi di parlare di classi sociali. Le è possibi le sintetizzare il suo pensiero sulla questione?
Aurelio Macchioro
Non è facile oggi reagire alle vicende paradossali di cui sopr a. Le fortune del marxismo sono largamente connesse, almeno sul continente europeo, alle vi cende del movimento operaio, alla lotta antifascista e alle speranze o attese della rivoluzione sovietica. L’implosione dell’Urss, l’implosione dell’Italia “uscita dalla resistenza” hanno rappresentato una sorta di controrivoluzione culturale. Si sono dissolti una serie di parametri interpretativi sostituiti dall’americanismo. Dove per ameri canismo non intendo la cultura americana ma un costume e un comportamento nonché un clima ideol ogico e una massiccia presenza militare. Nel contesto in corso l’ameri canismo gioca un ruolo molto insidioso; esso si presenta come tolleranza policulturale e pe rciò stesso come “esclusione liberale” di ogni organizzazione culturale che metta in dubbi o “l’americanismo”. A sua volta il marxismo sul continente europeo storicamente prese pi ede in simbiosi col movimento operaio organizzato. Addirittura il marxismo si sviluppò st oricamente come “cultura di organizzazione”. A me non sembra oggi che la miriade di gruppuscoli di marxismo possa fondersi in un “marxismo organizzato” e in strumentaz ioni capaci di partiticità e cioè di rivalità organizzata nei confronti de lle miscele partitiche uscite dall’implosione degli anni 1990. Qui entra in gioco il come ricrea re una “coscienza di classe”.
Luigi Vergallo
In realtà i primi a cambiare le carte in tavola sono stati autori ritenuti di sinistra, eredi o continuatori del filone soggettivista, in qualche modo di negriana memoria. La mia impressione è che insieme al fordismo, all’industria e alle c lassi sociali si voglia “mandare in soffitta” il concetto stesso di sfruttamento.
Aurelio Macchioro
Sono d’accordo circa la funzione dissolvente dell’oggettivismo marxis ta giocato dal neosoggettivismo di Toni Negri. Da Impero risulta solo indirettamente il concetto di Usa come grande invenzione di capitalismo organizzato. Lo stesso grande successo di vendite del suo libro indica l’attecchimento precipuamente letterario di Impero . In generale, il pericolo nasce da una ipervalutazione - rispetto al Capitale del 1867 – delle scritture marxiane precedenti la stesura finale, quella che Marx decise finalmente di dare alle stampe. I Grundrisse su cui Toni Negri fondamentalmente si basa sono uno dei tanti manoscritti lasciati da Marx alla “critica roditrice dei t opi”. La filosofia di Marx come oggettivismo non era ancora matura all’epoca dei brogliacci costituiti dai Grundrisse.
Luigi Vergallo
Mi ha citato [in una parte di intervista che non rientra in questa si ntesi] l’Antiduhring che ha a che fare con i problemi della transizione. Cosa p ensa del problema della transizione in merito all’Unione Sovietica? Andrea Catone, pe r esempio, rimproverava a Bordiga, ma non solo, alla sinistra comunista per dire così , di ignorare le categorie della transizione dato che indicava nella Russia una sorta di capi talismo di stato, individuato sulla base della persistenza delle categorie m ercantili, dell’impresa, della produzione di valore.
Aurelio Macchioro
È il concetto di transizione che va anzitutto chiarito. Che si intende per transizione fra capitalismo e socialismo, fra proprietà individuale e col lettivismo, fra lo star male e lo star meglio? In che consiste la cosiddetta fase di trans izione? Io dubito molto che si possano fare adeguate collocazioni di risorse senza una contabilit à in “prezzi di mercato”. Ma qui entra in discussione il concetto stesso di mercato: che tipo di mercato si instaura una volta abolita la proprietà privata dei mezzi di produzi one e come operare la “transizione” fra mercato a gestione individuale e mercato a gestione socializzata? Come evitare che la “transizione” si inverta e cioè che la g estione socializzata regredisca e cioè che il socialismo regredisca in capitalismo? Fenomeni di transizione inversa li stiamo avendo nel post crollo del socialismo realizzato che poi pare che sia una transizione fra lo star male e lo star peggio. Mantenere un sistem a di prezzi può essere una trappola per far regresso. Al tempo stesso io non vedo come si poss a fare una ripartizione di risorse che sia conveniente secondo un calcolo di costi/entrate senza un qualche indicatore di prezzi. Ma convengo che sono poco preparato a fornire indi cazioni adeguate sulla “transizione”.
Luigi Vergallo
Torniamo sul fatto che gli anni novanta appartengono dal punto di vista storiografi co alla categoria dello “stupefacente”…
Aurelio Macchioro
Gli anni 1990 passeranno alla storia come anni degli “incomprensibi li disfacimenti” i quali impegneranno a lungo gli storici per renderli, invece, compre nsibili. Si sono disfatti i paesi retti a socialismo realizzato spesse vol te disfacendosi anche territorialmente. Come il caso dell’ex Urss la cui territorialità grande russa si era via via formata a partire dalla battaglia di Poltava ai primi del settec ento acquisendo i territori baltici sottratti alla Svezia. L’Ucraina si è separata sebbene propri o l’Ucraina sia storicamente all’origine della formazione grande russa. In Italia i partiti che hanno costituito l’Italia fondata sulla resistenza sono a loro volta implosi. Il marxismo qua le euristica è scomparso dalla circolazione delle idee nel punto in cui più ce ne sarebb e stato bisogno. La deindustrializzazione nostrana si è via via approfondita. Abbiamo fa tto di tutto per entrare nell’Ue e adesso rimaniamo dentro all’Ue solo grazie a lle “concessioni” forniteci dall’Ue stessa. Il terrorismo islamico è diventato il te ma principale dell’agitazione pubblicistico-mediatica attuale. Dal 1989 il mondo pare che viva sulle proprie incongruenze.